Intrigo internazionale

Coppia bassanese denuncia i soci. Liti e arresti a Zanzibar nel “giallo” dell’albergo

Nel riquadro in alto i coniugi Viale, sotto Francesca Scalfari e il marito Simon; a destra lo Sharazad boutique hotel di Jambiani, al centro delle indagini
Nel riquadro in alto i coniugi Viale, sotto Francesca Scalfari e il marito Simon; a destra lo Sharazad boutique hotel di Jambiani, al centro delle indagini
Nel riquadro in alto i coniugi Viale, sotto Francesca Scalfari e il marito Simon; a destra lo Sharazad boutique hotel di Jambiani, al centro delle indagini
Nel riquadro in alto i coniugi Viale, sotto Francesca Scalfari e il marito Simon; a destra lo Sharazad boutique hotel di Jambiani, al centro delle indagini

L’hotel da sogno a Zanzibar si è trasformato in un affare da incubo. Che ha portato in carcere una coppia con gravi accuse e vede l’altra, bassanese d’adozione e nota in città, nel ruolo di presunta parte lesa. Sarà la magistratura dell’isola al largo della Tanzania a sbrogliare la matassa di un caso che vede indagati l’italiana Francesca Scalfari e il marito inglese Simon, detenuti dal 6 giugno scorso in due carceri diverse e, pare, in condizioni drammatiche: i loro parenti hanno lanciato un appello per la liberazione.

La vicenda I due sono finiti nei guai in seguito a un lungo contenzioso e con Giovanni Viale e la moglie Isabella Ferro. Viale, originario di Brendola, esperto di agricoltura biologica, ha lavorato a lungo nel settore della cooperazione internazionale. Ferro è stata per anni direttrice del centro Anfass di Nove a ha fondato la coooperativa Antela, che insieme ad altre realtà bassanesi ha costruito scuole in Africa. Ora sono titolari di una società di riforestazione in Tanzania, dove vivono per la maggior parte del tempo, a parte qualche sporadico rientro a Bassano. Marito e moglie erano soci di maggioranza del prestigioso Sharazad boutique hotel, sulla spiaggia di Jambiani, una delle più rinomate di Zanzibar.

L’accusa «Eravamo entrati nell’affare con Francesca e Simon perché interessati a un investimento - afferma Viale -. Abbiamo anche prestato loro dei soldi. Ben presto il loro operato ci ha deluso, tanto che abbiamo dovuto seguire personalmente i lavori di costruzione del resort. A un certo punto abbiamo proposto una trattativa perché una delle due coppie, noi o loro, acquistasse o cedesse completamente la proprietà, ma poi loro hanno fatto causa. La prima pronuncia del giudice ha attribuito loro il diritto di comprare la nostra quota per 600mila dollari, ma ci siamo appellati e l’ultima dichiarazione del tribunale attesta che noi siamo proprietari del 70 per cento. Loro affermano di averci pagato, noi non abbiamo mai visto i soldi. Abbiamo sporto denuncia penale e fatto seguire il caso da un avvocato. Abbiamo appreso del loro arresto per tredici capi d’accusa. Gli ultimi tre, che parlano di riciclaggio di denaro, impediscono il rilascio su cauzione ai sensi della legge locale. Di questi nulla sappiamo: sarebbero le risultanze delle indagini della polizia di Zanzibar».

Gli attriti Sulla possibilità di trovare un accordo e agevolare la scarcerazione della sua connazionale e del marito, Giovanni Viale è chiaro: «Siamo disponibili anche se gli ultimi sviluppi, con gli appelli del fratello della signora che ha lanciato accuse contro di noi, non aiutano a costruire un buon clima». In passato vi sarebbero stati disaccordi anche sulla ripartizione degli utili dell’albergo.

La difesa Diametralmente opposta la versione degli arrestati, i cui interessi in Italia sono curati dall’avvocato Manuela Castegnaro di Bassano, in costante contatto con i colleghi e le autorità di Zanzibar: «I miei assistiti - dichiara l’avvocato - hanno dalla loro diverse pronunce della magistratura e hanno visto sancire dall’Alta corte il trasferimento a loro delle quote del resort, previa liquidazione dei 600mila euro. Questa somma, seguendo gli ordini dei giudici, è stata immediatamente messa a disposizione su un conto vincolato, ma non è stata mai ritirata dai signori Viale. Tutto quello che viene imputato a Francesca e Simon deriva paradossalmente dalla loro osservanza delle prescrizioni della magistratura del luogo». Secondo l’avvocato, lo sconfinamento nel penale della causa civile non è una novità: «Già nel 2019 ai miei assistiti erano stati sequestrati i passaporti in seguito a un’identica denuncia della controparte, ma la vicenda non ebbe seguito. Ora invece è scattata una carcerazione che non esiterei a definire sorprendente, per usare un eufemismo».

Timori C’è preoccupazione per le sorti dei due arrestati: «Non sappiamo come stiano, ci viene riferito di situazioni terribili dal punto di vista sanitario e igienico, in mezzo a centinaia di altri detenuti. C’è di mezzo anche un figlio minorenne che fortunatamente ha fatto rientro in Italia (ora è ospite dei nonni, ndr). Si stanno muovendo gli ambasciatori. Il fratello della signora Scalfari è riuscito a vedere una volta i suoi congiunti, i diplomatici non ancora. Nei prossimi giorni è prevista l’udienza preliminare, nella quale contiamo di dimostrare l’infondatezza della accuse. Sulle possibili trattative per una soluzione bonaria della lite, osservo che finora i signori Viale hanno declinato tutte le proposte di transazione che ho avanzato loro a Bassano».  

Alessandro Comin