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14.11.2019

Uccise il vicino, in cella dopo otto anni

L’omicida Tiziano Zordan, 48 anni, sta scontando gli ultimi mesi Un’immagine degli investigatori al lavoro. ARCHIVIO
L’omicida Tiziano Zordan, 48 anni, sta scontando gli ultimi mesi Un’immagine degli investigatori al lavoro. ARCHIVIO

In cella dopo otto anni perché uccise a sprangate, in preda all’ira, con un levarino il vicino di casa nel suo garage. I giudici hanno stabilito che l’omicida Tiziano Zordan era stato provocato. «Ho sbagliato, non dovevo farlo, sono pentito per una tragedia che mi porterò dentro per sempre, purtroppo ero esasperato. Avevamo messo in vendita pure la casa per la vicinanza impossibile e persi il lume della ragione», ha ripetuto il killer di 48 anni, che sta scontando al San Pio X gli ultimi mesi di detenzione, dopo che la condanna a 9 anni 4 mesi di reclusione per l’omicidio volontario di Flavio Sartori, di 58 anni, è diventata definitiva. La vicenda giudiziaria nell’ultima fase è stata gestita con discrezione dai protagonisti e dalle autorità, dopo che l’avvocato Emanuele Fragasso junior di Padova non ha appellato la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Venezia del marzo 2018, perché l’11 luglio 2017 in Cassazione aveva già ottenuto il massimo. All’epoca i supremi giudici accolsero le censure difensive annullando la precedente sentenza della Corte veneziana che inflisse 12 anni di carcere a Zordan, perché non gli era stata concessa la doppia attenuante. L’operaio è stato pure condannato a risarcire alla vedova Teresa Guiotto, assistita dagli avvocati Nicola Mele e Maela Magliocco, 245 mila euro che non sono stati interamente versati. Per spiegare una pena così contenuta per un fatto della massima gravità, bisogna considerare che la Cassazione ha riconosciuto a Zordan la doppia attenuante del concorso nel fatto doloso da parte della vittima nella determinazione dell’atroce evento e, appunto, della provocazione. Così Zordan che dopo avere ammazzato con un levarino il vicino al culmine dell’ennesima lite era stato arrestato, ma aveva trascorso in carcere un paio di giorni prima di essere collocato dopo la convalida ai domiciliari con la possibilità di andare al lavoro, vi era rimasto fino a qualche mese fa quando è ritornato in cella per scontare l’ultima parte di pena che scadrà nel 2020. Il giudice dell’esecuzione, infatti, riprenderà in mano il fascicolo il prossimo tardo inverno per pronunciarsi sulla prevedibile richiesta di liberazione, perché dopo il delitto il condannato si è sempre comportato in maniera inappuntabile. L’assassinio avvenne la sera del 23 settembre 2011 a Cereda di Cornedo, in via Giarrette. Il giudice di primo grado Stefano Furlani ricostruì il delitto in tre fasi. «Zordan era determinato a reagire per il comportamento vessatorio tenuto da Sartori, che lo aveva sottoposto a uno stillicidio di manifestazioni di intolleranza di fronte anche al più piccolo rumore proveniente dalla sua abitazione». Dapprima s’innescò la lite tra Zordan e Sartori dopo che il primo, col figlio più piccolo, era andato a comprare alcune pizze al supermercato da mettere in forno. In quel contesto la vittima protestò per dei rumori e Zordan non ci vide più. Gli replicò che aveva messo in vendita la casa e che dopo tre anni doveva smetterla di rompere. Sartori l’avrebbe schiaffeggiato e Zordan perse la testa: si armò del levarino e lo uccise. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Ivano Tolettini
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