La testimonianza

Il massacro di Monaco, 50 anni dopo. «Li ho visti sparare dai tetti, l’Olimpiade fu sospesa»

L’atleta Vittorio Visini, 77 anni, oggi vive e fa l'allenatore a Schio. È stato testimone della massacro del 6 settembre 1972
Il passo spedito di oggi e il maratoneta di allora (Foto Ciscato)
Il passo spedito di oggi e il maratoneta di allora (Foto Ciscato)
Il passo spedito di oggi e il maratoneta di allora (Foto Ciscato)
Il passo spedito di oggi e il maratoneta di allora (Foto Ciscato)

Vittorio Visini, marciatore abruzzese, 77 anni, primatista per presenze nella Nazionale di atletica, record del mondo a Vicenza e oggi allenatore a Schio. Tre partecipazioni alle Olimpiadi (miglior piazzamento il sesto posto nel 1968). Nel mezzo, un evento vissuto dal vivo: il massacro di Monaco nella notte del 6 settembre 1972, in cui alcuni sportivi israeliani vennero presi in ostaggio (2 uccisi subito) dai palestinesi di Settembre Nero. Dopo un tentativo di liberazione da parte della polizia tedesca, i sequestratori uccisero altri 9 atleti; nell’attentato persero la vita anche 5 terroristi ed 1 poliziotto. 

Il massacro di Monaco, 50 anni dopo

Cinquant’anni dopo Visini commenta le sue prestazioni e l’umore degli atleti in quel triste momento. «Ho fatto due gare con solo 36 ore di recupero» la 20km e la 50, di cui era specialista. «Per scelta federale ho dovuto fare anche la 20km, ma quella dove avevo più chance era la seconda, potevo fare molto di più» tanto che «al km 38 ero terzo, me la stavo giocando, poi la fatica si è fatta sentire. È stata comunque una bella esperienza, essere finalista in due gare non è cosa da tutti i giorni». «Riunirsi per i grandi eventi era un modo per stare insieme, con goliardia. Io andavo a vedere le gare con Livio Berruti, stavamo insieme ed eravamo affratellati. Quel clima era molto buono, ho bei ricordi». A differenza degli agonisti di oggi, che «arrivano, fanno la gara e poi tornano in Italia, c’è poca amalgama».

L'amicizia con il marciatore israeliano Ladany

Di quei rapporti, è speciale quello con Shaul Ladany, marciatore israeliano sopravvissuto sia all’Olocausto che all’agguato del ‘72. «Ci ero legato, veniva spesso in Italia e a Monaco si era appoggiato a noi italiani. La palazzina era di fronte, ci si trovava fuori e si usciva per allenarsi, poi si mangiava insieme, vivevamo in comunità con loro». È tutto documentato nel volume “Cinque cerchi e una stella” del giornalista Andrea Schiavon. «Quello che mi stupiva- continua - è che la mattina ci si allenava, fino alle 14-15 si chiacchierava, poi da dopo le 17 lui spariva, non si vedeva più, non l’ho mai visto la sera mangiare alla mensa olimpica, sembrava avessero il timore che potesse succedere qualcosa. Mi pare che nella comunità israeliana fossero molto chiusi, a un certo punto erano in ritirata. Avevo delle foto da dare a Ladany, lui mi confermava la presenza, ma dall’imbrunire spariva. Evidentemente avevano ordini precisi perché temevano qualche cosa di brutto».

Il ricordo scioccante

«Della notte non ricordo nulla. Con Pamich-corridore italiano-la mattina alle 6.30 siamo andati ad allenarci, non abbiamo avuto nessuna controindicazione, alle 9.30 ci hanno bloccato al cancello del villaggio, ci hanno avvertito, era impossibile accedere; da fuori si vedevano questi 3-4 che da sopra i tetti cercavano di tenere bloccati in ostaggio gli israeliani, è stata una cosa scioccante». 

Ladany si è salvato

«Mi chiedevo che fine avesse fatto, poi ho saputo che è riuscito a scappare dalla finestra e a mettersi in salvo».  A quel punto, Visini decise di fermarsi. «L’Olimpiade fu sospesa e chiesi di tornare in anticipo; non c’era più l’entusiasmo e il senso di lottare con allegria. Gli atleti italiani rimasero pietrificati, tanti vennero via, sotto shock». Da lì aumentarono i controlli. «Si stava come prigionieri dentro al villaggio. Quattro anni dopo a Montreal c’era un controllo capillare, i canadesi non si fidavano, sia in uscita che al rientro, minimo dovevi stare un’ora per varcare il cancello».

Oggi Visini allena i ragazzi a Schio

Esperienze umane e sportive da trasmettere ai giovani vicentini. «Con l’allenatore Dordoni facevamo capo a Schio - conclude Visini - poi ho trovato un secondo papà, Mario Lanzi e oggi mi trovo bene, alleno i ragazzi». Rimpianti? «Credo di essere stato un discreto atleta, penso che avrei meritato qualche pezzetto di giornale in più, ai tempi miei l’atletica era di altissimo livello. Ho un solo rammarico, non essere mai salito sul podio pur avendone le possibilità e qualità, anche per qualcosa che va oltre la prestazione sportiva».

 

Edoardo Mario Francese