La storia

Carabiniere in pensione: «Così 50 anni fa salvai la Pietà. Ora vorrei raccontarlo al Papa»

È la mattina del 21 maggio 1972. Nella Basilica di San Pietro, a Roma, si sta celebrando la messa. Ad un certo punto si levano nell’aria delle urla: uno sconosciuto, che risulterà rispondere al nome di Laszlo Toth, ha scavalcato la transenna che separa il pubblico dalla Pietà di Michelangelo e ha iniziato a colpire la scultura con un martello. A fermarlo è un giovane carabiniere, Francesco Franzan, di Isola Vicentina, che all’epoca ha 20 anni e si trova a Roma per un corso di specializzazione dell’Arma.

A 50 anni da quell’avvenimento, Franzan ripercorre quei momenti che ancora oggi, in lui, suscitano forte emozione. Con un desiderio in più: incontrare papa Francesco per raccontargli come lui, un giovane militare di Isola, riuscì a salvare un capolavoro dell’arte di ogni tempo e uno dei simboli della cristianità. «In quei giorni mi trovavo a Roma per un corso di specializzazione dell’Arma - racconta Franzan, che oggi ha 70 anni e vive sempre a Isola, a Castelnovo -. Il 21 maggio 1972, giorno di Pentecoste, era domenica e assieme ad un commilitone decisi di andare a messa a San Pietro. Appena entrati in Basilica, sentii delle urla, mi girai e vidi una persona che stava prendendo a martellate la Pietà di Michelangelo. Allora mi feci largo tra la gente, scavalcai le transenne e cercai di prenderlo per le gambe e tirarlo giù. Lui però cercava di colpirmi col martello».

Franzan sentiva di dover porre fine a quell’assalto. «A quel punto, salii sulle gambe del Cristo e bloccai il braccio di quella persona con tutte le mie forze; lui lasciò cadere il martello - continua l’ex carabiniere -. Arrivarono altre persone e insieme lo tirammo giù dalla statua. Lui tentò di fuggire, ma io l’afferrai per il collo e lo tenni bloccato fino all’arrivo della polizia». Dopo che Laszlo Toth venne portato via, il personale vaticano chiese a Franzan di attendere. A quel punto, accadde l’imprevedibile. «Vidi arrivare papa Paolo VI, che si inginocchiò davanti alla Pietà - racconta Franzan -. Rimasi impietrito. Il pontefice volle che andassi da lui, mi abbracciò e mi fece baciare l’anello. Per me fu un’emozione indescrivibile».

Da un papa ad un altro: oggi a Franzan piacerebbe incontrare il Santo Padre. «Mi dispiace che il Vaticano non abbia tenuto conto di questo mio gesto, ma se papa Francesco mi ricevesse per ascoltare questa storia, io andrei subito da lui. Magari potrebbe essere possibile tramite il segretario di Stato Parolin, anche lui vicentino». Franzan racconta come quel giorno, al suo rientro in caserma, i superiori non gli fecero redigere alcun verbale. «Fu un dispiacere, perché il mio gesto non fu preso in considerazione - spiega -. Negli anni successivi il rammarico e l’amarezza continuarono a riaffiorare. Lo stesso anno, ad ottobre, scadevano i tre anni di firma; avrei potuto rimanere nell’Arma, ma dal dispiacere mi congedai e andai a fare un altro lavoro. Nel 1985 mi arrivò una proposta dal comando generale per rientrare nell’Arma: accettai e rimasi fino alla pensione. Oggi non chiedo molto, ma anche dall’Arma mi piacerebbe che qualcuno mi desse una pacca sulla spalla per quello che ho fatto a San Pietro».

Per anni Franzan tenne questa storia solo per sé, fino a quando, una decina di anni fa, si rivide, giovane, in una foto che ritraeva l’avvenimento, mostrata in tv durante un documentario. «Ero sul divano con mia moglie, era la prima volta che vedevo quella foto, è stata una grande emozione. Tutto è iniziato da lì, ora vorrei incontrare il papa, sarebbe un’altra grande emozione».