Mamma bambina, condanna a 5 anni

Caso della sposa- bambina diventata mamma a soli 13 anni, sposa con un uomo di ventitre anni più grande e ritrovatasi incinta: un abominio emerso lo scorso settembre, con il ricovero della ragazzina all’ospedale di Cittadella, per il quale ora è arrivata la sentenza del tribunale di Padova che ha condannato, Luca Caari, il padre della piccola nata nel frattempo, a 5 anni di carcere per atti sessuali con minore, accusa di cui potrebbero dover rispondere in concorso anche i genitori della adolescente (gli atti sono stati trasferiti alla Procura), stanziali per anni lungo le rive del Brenta tra Tezze e Pozzoleone, tutti di origine nomade, che ribadiscono con forza come per loro «tutto questo sia assolutamente normale». Invece di “normale” non c’è proprio nulla, tanto che la pronuncia della sentenza è andata addirittura oltre la richiesta della pubblica accusa. Al termine di un giudizio abbreviato che, per legge, prevede lo sconto di un terzo della pena, il gup padovano Mariella Fino ha pure ordinato all’imputato di pagare un risarcimento di 30 mila euro alla vittima che ora si trova in una comunità protetta, mentre la neonata è stata dichiarata adottabile. In aula non si è presentato Luca Caari, che vive a Vicenza ed è nato a Palazzolo sull’Oglio nel Bresciano, difeso dall’avvocato trevigiano Andrea Zambon. E così, la promessa di raccontare la “sua” verità”, è rimasta lettera morta. La vicenda che ha avuto eco nazionale, era stata portata alla luce lo scorso settembre quando, a gravidanza era già avanzata, la famiglia aveva accompagnato nell’ospedale di Cittadella la “moglie-bambina”. Dall’ospedale era scatta la segnalazione all’autorità giudiziaria. Lo scorso ottobre il tribunale dei Minori di Venezia aveva sospeso la responsabilità genitoriale dei futuri nonni (il procedimento è in corso) e la piccola (incinta) era entrata in una comunità. Il futuro padre, dall’estero aveva rinnegato la paternità, poi confermata dagli esami specifici mentre i genitori della ragazzina ribadivano il diritto di riaverla con loro, genitori di almeno altri 11 figli, la maggior parte minorenni, che non hanno mai frequentato un giorno di scuola, e non sono nemmeno iscritti all’anagrafe. Solo la scorsa estate la famiglia nomade aveva trovato un accordo temporaneo con l’Amministrazione di Pozzoleone, dove da decenni avevano l’abitudine di stanziare abusivamente per brevi periodi: si sarebbero occupati almeno della pulizia delle rive del fiume, prima ridotte a discarica. I nomadi, almeno per qualche settimana, avevano ottemperato all’accordo, poi più nulla, tanto che dal sindaco Edoardo Tommasetto era arrivato il divieto perentorio di sosta, con la famiglia che era stata definitivamente bandita dalle rive del Brenta. «La scorsa estate - spiega il sindaco Tomasetto - della ragazzina incinta non si sapeva nulla. Era stanziale nel Padovano. Quella famiglia, ora, qui non potrà più tornare». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Francesca Cavedagna

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