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16.01.2020

«Resto con i terremotati ma non sono un eroe»

Padre Gentilin nella sua missione di Talithà Kumì nelle Filippine.  D.C.
Padre Gentilin nella sua missione di Talithà Kumì nelle Filippine. D.C.

«Non sono un eroe, né un pazzo. Qui il pericolo c’è, ma è per questo che il mio posto è qui, vicino a chi ha bisogno di aiuto, a chi ha perso tutto: casa, famiglia e campi devastati dalla cenere del vulcano e ora non sa più come sopravvivere». A peggiorare la situazione, nell’inferno del Taal, con continue eruzioni, è arrivato anche il terremoto. «Una scossa fortissima e se ne attendono altre. La paura è tanta tra il mezzo milione di sfollati», ha raccontato ieri padre Giovanni Gentilin dalle Filippine, missionario da 31 anni. Nel paese di Alfonso de Cavite, «a soli 2 chilometri in linea d’aria» dal vulcano che sta inondando di ceneri Manila e tutta l’area circostante, gestisce la missione Talithà Kumì, un ospedale e una parrocchia con l’aiuto di un altro padre canossiano. La situazione è drammatica, non pensa di rientrare in Italia? No, qui c’è bisogno di me. L’unica cosa che chiedo ai nostri amici in Italia e ad Arzignano è quella di pregare per me, affinché io possa continuare nel mio lavoro. Ma non è facile restare in un “inferno” di lava e ceneri... Tutto è invaso dalla polvere del Taal. C’è gente in strada. Le persone dormono sull’asfalto, in attesa che qualcuno li porti in un luogo sicuro. Qui non è come in Italia che arriva la protezione civile, qui muori se nessuno ti aiuta. Riuscite a comunicare tra confratelli tra le varie missioni? I collegamenti telefonici sono saltati, internet è interrotto. Noi abbiamo un generatore a gasolio. Per fortuna resiste il segnale dei cellulari, ma non so per quanto ancora. Le scosse di terremoto hanno provocato danni? Per ora no, Talithà Kumì è costruita con criteri antisismici. Come fate con i viveri? Stiamo utilizzando quelli arrivati dall’Italia nel gennaio dello scorso anno. Tutti alimenti a lunga scadenza. Pasta e altro cibo che ora, nell’emergenza dell’eruzione e dai terremoti, diventano vitali... La pasta soprattutto. Per decine di famiglie che stiamo ospitando, tra la nostra struttura e la parrocchia. Quanti sono gli sfollati che state assistendo? Da noi 20 famiglie e in parrocchia altre 50. Mediamente ogni famiglia ha 4-5 figli; poi ci sono altri sfollati senza famiglia. In tutto arriviamo, per ora, a 550 persone. Sono tante, ma noi andiamo avanti grazie all’aiuto di Dio e degli uomini. Gli uomini che da Arzignano vi inviano offerte, cibo e materiale? Sì soprattutto loro. Asma e tubercolosi: problemi che si aggravano nella popolazione con l’emergenza del Taal... Sì e manca tutto, anche le mascherine che prima costavano 40 pesos e ora vengono vendute a 200 pesos. C’è chi ne approfitta. Per fortuna da Arzignano è già partita una spedizione e anche da una persona che non lavora più qui con noi, ma che di noi non si è dimenticata. C’è chi approfitta della povera gente... Sì della povera gente, a cui però bisogna dare una mano. Come state facendo voi, dal punto di vista umanitario e sanitario... A Tondo, dove opero da 21 anni, il nostro ospedale assiste i malati. Il problema è che sono chiusi negozi, farmacie, servizi di prima necessità. Noi siamo il punto di speranza per chi è povero e ormai ha perso tutto quel poco che aveva e si sente abbandonato. Ma in molti da Arzignano non vi abbandonano... Sì, ringrazio tutti per quello che hanno fatto e che stanno facendo. Grazie alla onlus “Una Mano Aiuta l’Altra” a novembre, quando non c’era questa emergenza, sono partiti due container giunti in queste ore al porto di Manila. È la provvidenza: appena potremo recuperare il carico, lo utilizzeremo per sfamare la popolazione in questa nuova improvvisa odissea. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giancarlo Brunori
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