Grisignano

Addio a Chimento, orafo che divenne eccellenza

Un capitano d’azienda visionario che per vent’anni, con il suo amministratore delegato Maurizio Bertoncello che innervava l’ambiziosa strategia, aveva dato vita a un binomio vincente in grado di far raggiungere alla “Chimento Gioielli spa” di Grisignano di Zocco risultati notevoli. Un fatturato di quasi 60 milioni di euro, un’ebitda a due cifre, un brand che era sinonimo di eccellenza dell’oreficeria vicentina impostasi nel mondo, in grado di dare lavoro a 200 dipendenti con 18 agenti monomandatari solo in Italia.
L’artefice di quella che era stata una bella storia imprenditoriale, prima della crisi degli ultimi anni che ha visto la società andare in liquidazione, Adriano Chimento, si è spento a 81 anni l’altro giorno negli Stati Uniti a Miami, in Florida, dove viveva da qualche tempo con l’amata moglie Teresa Romio, dopo essere stato colpito da un ictus che aveva menomato la sua vitalità.
Il nome di Adriano Chimento resta legato a un’epopea battezzata nel 1964, in cui il processo di creazione del gioiello passava attraverso avvincenti fasi che giungevano alla progettazione. La razionalità del processo produttivo e la commercializzazione dei prodotti disegnavano poi un’azienda tra le prime a livello internazionale con prodotti di gioielleria e oreficeria di alta gamma, con diamanti e perle rifiniti a mano.
«Per me è stato un onore lavorare con Adriano - racconta Maurizio Bertoncello - perché nei vent’anni in cui abbiamo collaborato si è sviluppato il marchio grazie alle sue idee forti che ne facevano un indiscusso leader dell’oreficeria italiana».
Adriano Chimento, che lascia i figli Federica e Mario, quest’ultimo prosegue l’attività di famiglia, era un industriale appassionato e concreto, assorbito dalla sua creatura che aveva fatto decollare negli anni Sessanta grazie anche all’aiuto della moglie Teresa, figlia di una solida famiglia di Camisano. La ricerca stilistica per anni aveva avuto un ruolo centrale in Chimento, sviluppata da fior di creativi e che nella produzione per microfusione, che è un processo metallurgico che si compie in pochi secondi dopo una lunga fase di preparazione, aveva trovato la sintesi perfetta.
«L’azienda è tutta la mia vita», raccontava Chimento al Giornale di Vicenza in un’intervista di una decina d’anni fa, quando la crisi cominciava a mordere. Egli utilizzando l’ingente patrimonio di famiglia aveva cercato di bloccare il declino. «Ho la coscienza a posto», aggiungeva l’imprenditore, sottolineando di puntare a nuovi mercati, anche se non si nascondeva che era dura. Erano ormai lontani i tempi in cui alimentando anche un indotto importante, Chimento Gioielli spa era un’azienda considerata vincente e ritenuta un esempio rinomato dell’eleganza orafa vicentina. Non a caso erano gli anni in cui le riviste patinate parlavano del “fenomeno” Chimento.

Ivano Tolettini