violenza contro le donne

La testimonianza: «Mi sentivo annientata ma adesso sono libera»

La giornata del 25 novembre è dedicata a un fenomeno che non è un'emergenza: è strutturale e va sradicato con l'aiuto di tutti. Il caso di una donna aiutata dal centro Butterfly di Brescia
Violenza sulle donne: una piaga sociale che rimane pesantissima
Violenza sulle donne: una piaga sociale che rimane pesantissima
Violenza sulle donne: una piaga sociale che rimane pesantissima
Violenza sulle donne: una piaga sociale che rimane pesantissima

La violenza contro una donna non è esclusivamente fisica, bensì può assumere le forme di violenza psicologica ed economica. È il caso di Viola (nome di fantasia) donna di una cinquantina di anni, con una figlia, un lavoro, affiancata nel suo percorso di rinascita del centro Butterfly di Brescia. «Parlare oggi della mia esperienza di violenza domestica mi fa pensare a quanta libertà sento nella mia vita attuale – valuta Viola -. Fino a due mesi fa vivevo con mia figlia in una casa rifugio di primo livello: per rinascere ho avuto bisogno di protezione. La mia storia, come quella di tante donne, inizia con la conoscenza di un uomo, l’innamoramento, il trasferimento dalla mia città alla sua e l’inizio di una nuova vita insieme: sogni ideali di famiglia, condivisione, desiderio di costruire qualcosa di solido e stabile. Tutto questo è amore, ma l’amore non è tutto come lo si immagina. Dietro la parola amore a volte si nascondono sfaccettature che non hanno niente a che vedere con ciò che si sogna si spera». 

Manipolazione, minacce, annientamento psicologico

Proprio nell’illusione dell’amore, Viola per anni si è annichilita, credendosi sbagliata, «perché tutto quello che facevo non andava bene a mio marito – ricorda -; sbagliavo a cucinare, a cucire, a fare le spese, a crescere nostra figlia, a parlare... poi ho capito che quello che stavo vivendo in virtù di un’ideale non era un rapporto sano. Non mi ha mai picchiata con le mani, lo ha fatto con le parole e le azioni, giorno dopo giorno, non curandosi nemmeno di avere davanti nostra figlia». Arriva il momento in cui la donna non regge più, chiede la separazione: «È l’inizio del calvario: lui ha tutto, è benestante e io non ho niente, nemmeno un lavoro. Secondo lui non avevo bisogno di lavorare, anzi non ero in grado. Mi concede l’uso di uno dei suoi appartamenti e la separazione procede come procedono le sue incursioni nella mia vita: non posso lavorare perché devo badare alla figlia, non sono all’altezza di farlo perché lui è migliore. Annientata. Mi sento annientata. Scappo da quella casa portando con me la bambina, ma ancora una volta il suo potere soprattutto quello economico riesce a farmi piegare e mi impone di fare ritorno a casa attraverso una sentenza del tribunale. Non voglio e mai mi permetterei di giudicare l’operato delle istituzioni, solo commento dicendo che poche volte credono a noi donne vittime di violenza; forse è più facile credere a un maltrattante che è abile a manipolare. Non posso a tornare a casa, anche se un giudice me lo impone, ho paura che non riuscendo a controllarmi passi dalle parole e dalle minacce che negli ultimi periodi si sono fatte più insistenti e gravi ad altro e mi rivolgo ad un centro antiviolenza».

Le forze dell’ordine entrano in gioco

Intervengono quindi anche le forze dell’ordine e Viola chiede di essere collocata in protezione con la bambina: «Ed è proprio così che sono rinata, ho imparato a credere in me stessa, a sentirmi protagonista della mia vita, a capire quanto dolore ha provato mia figlia nel vedere che ogni giorno venivo ridotta a niente, perché così mi sentivo. “Non sei sola“ recita lo slogan delle campagne antiviolenza sulle donne: è vero, non mi sono sentita sola in questo percorso perché ho avuto sempre le operatrici del Centro Antiviolenza e anche oggi che sono nella mia nuova casa non lo sono. Ci sono loro, ma ci sono anche io che sono finalmente libera».

Irene Panighetti