edy reya

L'ultima volta in A poi la retrocessione...

A 76 anni appena festeggiati Edoardo Reja, per tutti Edy, è un uomo sempre positivo e super attivo. Il calcio è ancora il suo mestiere, allena la Nazionale di Albania, con cui sta raccogliendo soddisfazioni che non gli sono mai mancate in carriera. Anche a Vicenza, dove ha vissuto quasi tre anni e ha ancora amici. Reja, l'ultimo a guidare il Vicenza in serie A. «Sì vabbè... ma la retrocessione che venne dopo non l'ho mai digerita». Edy Reja arrivò nel febbraio del 1999 e dall'esonerato Colomba ereditò la panchina e una classifica molto difficile, tanto che poi non riuscì a salvare la squadra dalla B. «In effetti la situazione era compromessa, ci sarebbe voluto un miracolo... ci dicemmo di tentare comunque il tutto per tutto». C'è da chiedersi perchè accettò una missione più o meno impossibile. «Avevo la fiducia del presidente Miola e del dg Sagramola, da subito mi dissero: noi le facciamo il contratto anche per l'anno prossimo. Quel gesto mi fece capire che credevano davvero in me e che c'era un progetto per tornare subito in A».

E poi Vicenza non è un posto qualunque nel calcio. «Quando ci arrivi nella testa sai che quella maglia lì l'hanno vestita giocatori come Menti, Campana, Vinicio e capisci che c'è una storia, importante«. Una storia che vive un bel capitolo quando Edy Reja guida il Vicenza ad una cavalcata trionfale nella stagione 1999-2000. «Salire in A era molto complicato, mica come oggi, all'epoca era assai più difficile, perchè la B era una serie A2 a tutti gli effetti». Si è sempre detto che quella volta a Reja fu data in mano una Ferrari. «Sì, ma le Ferrari bisogna poi saperle guidare... sennò rischi di andare a farti male. Era senza dubbio un gruppo non semplice composto da tanti leader, però alla fine tra persone intelligenti i problemi si superano. E del resto, lo ammetto, la squadra era molto importante per la serie B: non avevamo vie di mezzo, quel Vicenza o vinceva o perdeva».

Nella promozione Reja si riconosce un merito. «Aver trovato il giusto assetto tattico. Senza dubbio eravamo molto sbilanciati ma sapevo far capire ai ragazzi alcune strategie per non farci infilare in contropiede». Attacco stratosferico, con 69 reti finali. «Per noi segnare era scontato al punto che non ci preoccupavamo neppure troppo se prendevamo un gol. D'altra parte se hai in squadra attaccanti come Comandini, Luiso, Bucchi... Certo, bisognava anche saperli gestire i giocatori di quel Vicenza. Già non era semplice con il trio d'attacco, con il caratterino che avevano, anche se poi ce n'erano di più posati come Beghetto e comunque tutti di grande personalità, come Zauli, Schenardi, Viviani». E qui, nel ricordo di Reja si fa strada il volto di un biancorosso che purtroppo non c'è più. «Un grande merito va al mio allenatore in seconda, l'amico Ernesto Galli, mio punto di riferimento, sempre. Conosceva la storia del Vicenza, era la storia del Vicenza e mi fece capire cos'erano i colori biancorossi, con tutta la passione che ci voleva. Bravissimo uomo, bravo tecnico, insieme avevamo fatto il militare e giocato nella Spal, a Vicenza fu un ritrovarsi fra amici».

Un anno stupendo, la promozione nell'estate del 2000, ma poi, appena un anno dopo, il patatrac, quella discesa in B che pure oggi disturba Reja, come detto all'inizio. «E' il rammarico più grande, se ci ripenso mi arrabbio ancora perché obiettivamente quella squadra non era da retrocessione, non giocavamo male. Non sono mai riuscito a capire... Quando una stagione va così non capisci bene dov'è che si rompe il giocattolo, sennò potresti intervenire. Io so che il Vicenza non meritava di scendere in B». Un epilogo che ancora oggi gli appare assurdo. «Basti dire che al posto di Comandini, che se n'era andato al Milan, noi prendemmo Luca Toni, mica uno qualsiasi, anche se allora giocava nel Treviso e non lo conosceva quasi nessuno. Vado a vederlo e a Sagramola e Miola dico subito che voglio lui. E infatti arrivò, eppure finì male. Per me è inspiegabile. Tra l'altro mi è spiaciuto tantissimo per il presidente Miola, uomo discreto e di animo nobile. Di quel campionato mi rimane l'orgoglio di aver fatto debuttare in serie A due giocatori di spessore come Christian Maggio e Paolo Zanetti. Da un lato - conclude Reja- sono felice di essere ricordato come l'ultimo allenatore in A del Vicenza ma dall'altro mi dispiace tanto che non sia più riuscito a tornarci, perchè una piazza così merita il palcoscenico della serie A».

Alberta Mantovani