ROBERTO MURGITA

Bum Bum, batte il cuore

14 settembre 1997. Il Vicenza per la seconda giornata del campionato di serie A debutta al Menti ospitando il Piacenza. Subito prima della partita, uno dei ventidue giocatori si avvicina alla Curva Sud con gli occhi lucidi, accolto da applausi scroscianti. Non indossa la maglia del Lane: "Tutti in piedi: c'è Murgita!" recita lo striscione esposto dagli ultras. Per un curioso incrocio del calendario, infatti, il Piacenza è proprio la squadra con cui nel corso del calciomercato estivo è andato in scena un discusso scambio di centravanti: "Roby Bum Bum", il bomber del ritorno in serie A dopo 16 anni e protagonista di altre due stagioni straordinarie culminate con la conquista della Coppa Italia, è partito per l'Emilia, da dove è arrivato il "Toro di Sora" Pasquale Luiso. «Fu un momento umanamente splendido, davvero commovente - ricorda l'ex attaccante -. Con la città e la gente di Vicenza si era creato un legame vero, profondo, che ancora oggi mi porto dietro. Nel mio cuore, quel pomeriggio fa il pari con l'ultima giornata del campionato della promozione dalla B. Giocavamo contro il Cesena, era la grande festa per il ritorno in serie A dopo tantissimi anni, e uno dei cori che il Menti ha scandito a gran voce più volte è stato dedicato proprio a me: «E Murgita non si vende, e Murgita non si vende!», i tifosi volevano che la società mi riscattasse dalla comproprietà con il Genoa, mi volevano qui nella nuova avventura in A. In cuor mio pregai che quel desiderio della gente, che era anche il mio, divenisse realtà». E fu proprio così, grazie al fiuto del duo Dalle Carbonare-Gasparin, che superò l'offerta del Genoa per soli 2 milioni di lire.

IL BRUTTO ANATROCCOLO Se questi due episodi dimostrano quanto fu magico il legame che si creò tra Vicenza e Murgita, come in una fiaba, anche l'inizio della sua avventura in biancorosso può ricordare una favola: quella del brutto anatroccolo. L'attaccante, arrivato in B per essere il cannoniere della squadra, nel girone d'andata segnò appena due gol, fallendo parecchie altre occasioni nonostante un lavoro sempre generoso per i compagni. All'11a giornata, contro l'Ancona al Menti, la palla in verità era finita in rete, ma era uscita a causa di un buco e l'arbitro Arena incredibilmente non aveva convalidato il gol: «Sembrava una maledizione - commenta Murgita - ma proprio un torto così grande mi fece pensare che dovevo rompere l'incantesimo, e poi non mi avrebbe fermato più nessuno». Fu proprio così. Nel girone di ritorno il brutto anatroccolo divenne cigno maestoso, trascinando con altri 17 gol il Lane al ritorno nell'Olimpo del calcio. «Fu importante l'atteggiamento di Guidolin, che seppe aspettarmi ma anche mandarmi in panchina un paio di volte, e poi il rapporto con leader come Lopez, Di Carlo, Viviani - ricorda -. Si andava spesso a cena insieme, c'era un legame schietto e autentico che andava oltre il fatto di giocare insieme. Una volta mi presero da parte e mi spronarono a dare di più, a sbloccarmi e segnare: lì per lì la presi quasi male, poi capii che era perché mi stimavano e mi volevano molto bene».

DAVIDE E GOLIA Nei due campionati successivi, in serie A, quel Vicenza si ritagliò il ruolo di matricola terribile e ammazzagrandi, giocando da pari a pari con le squadre più blasonate senza timori reverenziali. «Partivamo per lo stadio, noi e i nostri tifosi, e condividevamo la spavalderia di andarcela a giocare con chiunque: ci sentivamo forti, sapevamo di poter vincere come Davide contro Golia. E attenzione: quello era davvero il campionato più bello e competitivo del mondo, con i campionissimi dell'epoca. Ma con le superpotenze spesso la spuntavamo noi, rovesciando le gerarchie previste, che all'epoca comunque generavano un clima di soggezione molto concreta nell'ambiente: arrivammo al primo posto della classifica con stramerito, poi forse questo dette anche fastidio a qualcuno...». Il segreto? «Eravamo un gruppo che condivideva valori importanti, tra cui quello della fame calcistica, perché praticamente tutti avevamo fatto la gavetta tra Serie C e B prima di meritarci quella prestigiosa vetrina - sottolinea Murgita -. E poi in panchina c'era un tecnico preparatissimo come Guidolin, che già all'epoca ci teneva per ore a guardare filmati su noi stessi e sugli avversari, insegnandoci tantissimo calcio. Non è certamente un caso se molti di noi, in seguito, sono diventati allenatori».

IL RAMMARICO E IL SOGNO Di quell'avventura vicentina a Murgita, oggi collaboratore tecnico del Genoa, resta un grande rimpianto: «Io non me ne sarei mai andato. Dopo aver vinto la Coppa Italia - conclude l'ex centravanti - confidavo di potermi giocare la Coppa delle Coppe: quell'estate ero andato in vacanza con Viviani e Di Carlo a Londra, giravo con la maglia biancorossa per la città. Poi però la società decise di cedermi, e io accettai perché non è nel mio carattere mettermi di traverso». Per il futuro ha ancora un sogno biancorosso: «Spero di ritrovare un giorno il Menti stracolmo, ruggente e festante come ai nostri tempi: quello era il calcio vero, ed era una cosa da brividi».

Francesco Guiotto