Una Scarpa
anti-guerra

ITINERARI. Vicino ad Ancona, un borgo ha una cinta difensiva unica: archi e spazi sotto le mura, oggi cantine e uffici. Tra i vigneti che producono il rosso Lacrima, c'è Morro d'Alba. A breve si celebra la questua nella cornice del Cantamaggio
Le colline di Morro d’Alba (An).
Le colline di Morro d’Alba (An).
Le colline di Morro d’Alba (An).
Le colline di Morro d’Alba (An).

Chi sarà a Morro tra il 18 e il 20 maggio incontrerà per le vie del borgo i suonatori e i cantori di una Questua di antica tradizione che viene riproposta dalla Pro loco. II rituale del Cantamaggio celebra l'avvento della primavera e della nuova stagione agricola. Affonda le radici nei riti pagani di fertilità, di augurio e di benessere per la comunità e i singoli. Viene cantato da “maggianti” che passano casa per casa in una formazione di tre elementi musicali (organetto, triangolo, cembalo) più voci maschili. Il testo del Cantamaggio, tipico tra i canti di questua delle Marche e del Centro Italia, contiene l'invito ai padroni di casa ad offrire dei doni alimentari, destinati al pranzo dei “maggianti” che conclude la festa. Invito che viene ripetuto nell'immancabile saltarello che chiude il rituale. Per il Cantamaggio i ristoranti di Morro imbandiscono menù tipici speciali a base di Lacrima.
Lacrima di Morro d'Alba: l'etichetta incuriosisce. Da dove viene questo grande “rosso”? Si va un po' in cerca sulle mappe e nelle guide ottenendo come risultato tre piccole scoperte: che l'Alba piemontese non c'entra proprio, che per trovare questo Morro diventato d'Alba solo nel 1862 bisogna percorrere le morbide colline marchigiane in vista dell'Adriatico e che lì, in paese, l'urbanistica secentesca aggiuntasi alle preesistenze militari medievali ha prodotto un unicum assoluto.
Si chiama Scarpa e chissà dove si dovrebbe viaggiare in Europa per trovarne un'altra di uguale, se mai ce n'è una. Il termine non ha a che fare con la calzoleria, ma con l'architettura bellica: designa la parte bassa delle fortificazioni, quella su cui si appoggiano le mura difensive dell'irregolare pentagono su cui s'imposta Morro. Ci fosse anche un fossato a proteggere la fortezza - un po' cittadella un po' castello - di là ci starebbe un controscarpa, secondo un modello rimasto in uso fino al Settecento nelle grandi città europee. Ma a Morro d'Alba, piccolo e perfetto borgo di cocuzzolo, la controscarpa non serviva: bastava quella che si è presa la maiuscola ed è diventata la sola Scarpa italica che dalla metà del XVII secolo regge un percorso di ronda coperto tutt'intorno all'abitato. Tra il Due e il Quattrocento a Morro si costruirono e si modificarono le mura necessarie per proteggere gli abitanti nelle guerre tra Senigallia e Jesi, tra i Malatesta di Rimini e Ancona. Passate tutte le Marche sotto il dominio papale, non ci fu più bisogno di rinnovare le difese. Ma - ed ecco il caso eccezionale - a partire dal 1654 tutta la cinta muraria divenne fascia di saturazione edilizia e il camminamento divenne un portico aperto verso la campagna sovrastato da abitazioni. Oggi come allora la Scarpa è l'insieme di questo lungo balcone aperto sui colli a vigneto - con alcuni scorci stupendi e purtroppo qualche bruttura moderna in vista - e dei sottostanti corridoi, cantine, cunicoli e grotte che formano un secondo paese sotterraneo.
Oggi come un tempo le famiglie ci conservano l'olio, i formaggi e il vino, il Lacrima festeggiato con una sagra nel primo fine-settimana di maggio (attenzione: il nome è rigorosamente maschile) ma anche il Verdicchio e il Rosso Piceno. Di nuovo ci sono alcuni preziosi riutilizzi: per attività economiche ed enogastronomiche, per sedi associative e per l'interessante Museo Utensilia.
Spingendosi dentro la Scarpa, il museo presenta una ricca raccolta di strumenti della civiltà contadina e racconta una realtà sociale ed economica tipica della storia rurale marchigiana: quella della mezzadria a lungo prevalente nella gestione dei fondi agricoli e anche attualmente ben leggibile nel territorio attraverso il disegno dei poderi e la punteggiatura delle case coloniche (da vedere i modelli nelle sale museali).
Di Morro si possono ammirare il palazzo comunale del 1763-1775 e la chiesa di San Gaudenzio, anch'essa settecentesca, che alle decorazioni tardo barocche accompagna un raro pavimento in pietra del Furlo, cavata nella zona della Gola che per secoli è stato il punto cruciale della Via Flaminia che da Roma conduceva a Rimini.

Antonio Trentin