L'intervista

Franco Picco: «Una Dakar a 66 anni? Bisogna saperla gestire bene»

Franco Picco ce l’ha fatta, ancora una volta. Ha portato a termine la Dakar 2022. Percorrere 8.375 chilometri in 12 tappe non è un gioco da ragazzi; nemmeno portarla a termine a 66 candeline soffiate, con una moto ancora in fase di sviluppo (la Fantic XEF 450 Rally) all’esordio assoluto in un raid. Il motociclista sovizzese è rientrato con valige cariche di orgoglio, forte non solo del 72° posto generale, sesto nella classe veteran over 50 e terzo degli italiani, ma anche della consapevolezza di aver compiuto la missione prevista. «Sono stato molto felice della proposta di Fantic. Volevo partecipare comunque alla Dakar, però correre perché una casa motociclistica mi ha scelto per il suo programma di sviluppo di una moto completamente nuova mi ha fatto molto piacere».

È stata di più la soddisfazione per aver portato a termine un'altra Dakar, la numero 28, oppure per la fiducia riposta da Fantic come collaudatore?
È sempre bello quando qualcuno crede nelle tue capacità, in ogni ambito. Conosco da diverso tempo Mariano Roman, a.d. di Fantic, e nel mio caso le mie competenze e la mia esperienza lo hanno portato a chiedermi questo impegno. Certamente non ho corso per risparmiarmi.

L’attenzione era più rivolta alla moto o alla classifica?
Quando si poteva ho tirato bene, tanto che visti i dati raccolti, a un certo punto i tecnici Fantic dall’Italia mi hanno anche detto di pensare a non esagerare perché l'importante era raccogliere dati e portare a casa la moto.

Anche perché andare piano in un percorso come quello della Dakar rende la vita più difficile di quanto già non lo sia...
Esatto, va bene andare piano, ma fino a un certo punto. A volte devi spingere, perché andare piano sulla sabbia dopo che sono passati cento veicoli, tra auto e camion, diventa difficile perché il percorso è distrutto: una faticaccia.

In una gara come la Dakar, bisogna bilanciare le due necessità: quella di correre ma anche di dover arrivare. È una spiegazione del concetto di “saper gestire la gara” che citava spesso? 
È una gara che richiede attenzione, concentrazione, dove l’esperienza è importante per capire come comportarsi in alcuni passaggi. Chi è alla prima esperienza può cadere in errori di valutazione.

Come si prepara e si gestisce una Dakar? 
È un insieme di tante cose. Devi conoscere la situazione che vai ad affrontare. Per esempio, questa è la terza edizione che si corre in Arabia, dove il clima è simile a quello nostro soprattutto a nord, mentre prima si correva in Sudamerica, dove invece è estate. Anche i percorsi sono differenti, siamo passati da terreni più duri a quelli più sabbiosi. Due mondi diversi. Ecco come ho fatto a correre e completare la Dakar: esperienza, competenze tecniche, calcolo, conoscenza del territorio mi hanno permesso di prepararmi per questa gara anche alla mia età. Puoi essere giovane, forte, spericolato e veloce, ma sono caratteristiche che nei raid aiutano poco. Se poi non riconosci un problema di fusibile, allora alla fine paghi anche questo.

La prima parte è stata caratterizzata da temperature rigide, la seconda sera vi hanno spostato il bivacco perché quello previsto era addirittura allagato da un diluvio. Hai mai trovato condizioni climatiche così?
Ci eravamo equipaggiati, perché sapevamo che le moto partivano per prime alle 4 del mattino quando fa molto freddo. Anche l’anno scorso abbiamo corso in Arabia ma abbiamo fatto il percorso inverso, siamo partiti da sud per arrivare a nord ed è stato un po’ meglio. Ricordo una partenza della vecchia Parigi-Dakar: a Versailles faceva freddissimo e al tempo non c'era lo stesso abbigliamento tecnico che c'è oggi, quella volta si è sofferto parecchio.

La sua impresa è stata molto commentata, soprattutto sui social. La differenza geografica e il fuso orario hanno favorito il seguito mediatico?
Penso di sì. Rispetto alle Dakar sudamericane che avevano una differenza di fuso orario di 4 – 5 indietro, quella araba invece ne ha 3 in avanti e avvantaggia un po' il pubblico. Poi la possibilità di essere facilmente collegati a internet una volta arrivati ci ha aiutato molto. 

 

Alessandro Da Rin Betta