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In sala

«May December», il fascino indiscreto di Todd Haynes

di Luca Canini

Ha fatto il giro lungo prima di arrivare in Italia, «May December», in ritardo di mesi rispetto all’uscita americana e freschissimo di delusione per il niente o quasi messo assieme sulla passerella degli ultimi Oscar. Nemmeno una statuetta, zero candidature per i premi da copertina. In un’edizione che il tappeto rosso l’ha steso davanti a film molto meno riusciti e decisamente più da divano. Da «Barbie» a «Poor Things», al netto di capriole, strizzatine d’occhio e giochi di prestigio, non è che il livello di quoziente cinematografico fosse così alto da saturare tutti gli spazi. Eppure di Todd Haynes soltanto la pallidissima ombra, con il nome dello scrittore Samy Burch finito nella cinquina dei finalisti per l’Oscar andato poi a Justin Triet e Arthur Harari per «Anatomia di una caduta» (miglior sceneggiatura originale). L’Academy aveva altro per la testa e al regista di «Velvet Goldmine» e «I’m Not There» è toccato guardare la notte delle stelle in televisione. Così vanno le cose dalle parti di Hollywood: a certi film gli dice male fin da subito quando si tratta di premi, anche se magari in abito da sera la loro più che onesta figura l’avrebbero fatta. Un’onestissima figura, nel caso di «May December», perché le cose riuscite bene, che mettono in moto pensieri cinematografici, sono molte di più di quelle che non funzionano. Ma andiamo con ordine, partendo da un minimo di trama. Un’attrice di successo, Elizabeth Berry-Natalie Portman, è chiamata a interpretare il ruolo di un’attrice che si è ritirata dalle scene, Gracie Atherton-Julianne Moore, in un biopic a lei dedicato. Al centro della pellicola che è in fase di pre-produzione lo scandalo che una ventina di anni prima costrinse Gracie, che allora di anni ne aveva 36, a ritirarsi: la storia d’amore con un tredicenne. Che nel frattempo è diventato suo marito, Joe Yoo-Charles Melton, nonché il padre dei figli avuti dopo quelli concepiti durante il primo matrimonio.

Essere il personaggio
L’idea di Elizabeth, in una sorta di delirio da metodo Stanislavskij, è quella di avvicinarsi il più possibile alla Gracie del presente e alla sua vita per diventare una versione perfetta della Gracie del passato. Da qui la decisione di trascorrere un’intera settimana con gli Atherton-Yoo, osservando e interiorizzando la verità, o presunta tale, per poi viverla davanti alla macchina da presa. Un’utopia. Che infatti sfocia in un’infelice invasione di campo. Il contatto tra Elizabeth e il mondo di Gracie riporta alla luce il trauma sepolto nel cuore di tenebra di una famiglia che non ha mai fatto davvero i conti con il dolore sul quale è fondata e in cui tutti mentono (a se stessi e agli altri). Frustrazioni, rabbia, disagio, oscuri segreti, sensi di colpa: Elizabeth si rende presto conto di essere finita in una ragnatela di rapporti sbagliati e di essersi spinta troppo oltre nel tentativo di sovrapporsi a Gracie. Il gioco di specchi tra le due protagoniste non a caso è il fulcro di un film che si ispira dichiaratamente a Ingmar Bergman e a «Persona» ma che non può non ricordare da vicino il Mankiewicz di «Eva contro Eva», con la coppia Portman-Moore sulle frequenze di Liv Ullmann-Bibi Andersson e Bette Davis-Anne Baxter. Riferimenti precisi, ai quali va aggiunto l’allure da melodramma anni Cinquanta che fa molto Douglas Sirk (autore caro a Todd Haynes e Julianne Moore fin dai tempi di «Lontano dal paradiso», remake sui generis di «Secondo amore»). Cinefilia per palati fini. Certo, non sempre tutto è a fuoco, qualcosa qua e là tende ad andare un po’ troppo sopra le righe, il pacchiano di classe è lì che osserva da dietro l’angolo del vorrei ma non posso, alla fine però, grazie anche alla colonna sonora di Marcelo Zarvos, e alla tensione pseudo-erotica costante tra le due protagoniste, il film se la cava alla grande. Niente Oscar, ma un giro in sala fossi in voi me lo farei.

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