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Da vedere

«Dune», ritorno ad Arrakis tra le sabbie di Villeneuve

di Luca canini
letterboxd.com/RivBea79
In sala il secondo capitolo della trasposizione cinematografica curata dal regista canadese: qualche limite, non pochi pregi, ma non siamo in zona capolavoro
I protagonisti Timothée Chalamet (Paul Atreides) e Zendaya (la guerriera Chani)
I protagonisti Timothée Chalamet (Paul Atreides) e Zendaya (la guerriera Chani)
I protagonisti Timothée Chalamet (Paul Atreides) e Zendaya (la guerriera Chani)
I protagonisti Timothée Chalamet (Paul Atreides) e Zendaya (la guerriera Chani)

Ritorno tra le sabbie di Arrakis. È atterrato sul pianeta cinema il secondo capitolo di «Dune», atteso come il messia dall’ormai lontano 2021, anno solare in cui gli strippati di sci-fi dei cinque continenti si precipitarono in massa in sala per applaudire festanti il debutto della saga di Frank Herbert in versione Denis Villeneuve. Una prima mica male, va detto, che già allora fece intuire come il regista di «Arrival» e «Blade Runner 2049» fosse la persona giusta alla quale affidare la più problematica delle trasposizioni, una sfida già accettata a suo tempo da David Lynch (era il 1984 e ancora siamo qui a chiederci se quel «Dune» sia un adorabile pasticcio, un impossibile capolavoro o una ciambella intergalattica riuscita senza il proverbiale buco nero: un enigma che nemmeno il più saggio dei Fremen riuscirebbe a risolvere).

Rebecca Ferguson (Lady Jessica Atreides)
Rebecca Ferguson (Lady Jessica Atreides)

Arrakis e Denis Villeneuve, dicevamo. Un connubio azzeccatissimo anche in questa seconda parte dell’epopea «Dune». Si è parlato molto di passo in avanti rispetto al film precedente, di migliore messa a fuoco, di opera decisamente più riuscita, ma alla prova del grande schermo, al di là del maggiore tasso di action, i pregi sono sembrati più o meno gli stessi. Così come i limiti. Che non sono pochi. Certo, la grandeur fantascientifica di Villeneuve ha i suo momenti più che memorabili, in particolare quando il plot si concede lunghe pause di stasi e sequenze di ispirazione metafisica. Nostro signore degli alieni filosofi sa perfettamente come sfruttare l’ampiezza di campo garantita dal maxi formato, sa come valorizzare le musiche di Hans Zimmer, un fiume carsico di oscura inquietudine, per evocare dolore, rabbia, sete di vendetta, di potere, di sangue, e tutto l’ampio spettro di sentimenti e di pulsioni che albergano nel cuore del suo Paul Atreides, affidato a un sofferente Timothée Chalamet, della guerriera Chani, che ha l’intensità di sguardo di una meravigliosa Zendaya, di Lady Jessica, ormai sempre meno madre e sempre più Reverenda Madre, del barone Vladimir Harkonnen/Stellan Skarsgård. D’altronde il clima si è fatto più cupo tra le sabbie e la spezia di Arrakis, scosse nel profondo dalla profezia che annuncia la venuta del Lisan al-Gaib e martoriate dalla repressione degli Harkonnen, chiamati allo scontro finale con quel che resta di casa Atreides e con la rivolta dei Fremen. Se non ci state capendo niente, non fatevene un cruccio: recuperate il primo (se non l’avete già visto) e andate sereni a vedere il secondo. C’è del buono e persino del molto buono. Ma non credete troppo a chi parla di capolavoro.

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