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Con «American Fiction» l’altra faccia degli Oscar

di Luca Canini
Satira, comicità e tanto cuore nella commedia diretta da Cord Jefferson e portata in Italia da Amazon Prime: un film da non perdere
I protagonisti Erika Alexander e Jeffrey Wright in una scena di «American Fiction»
I protagonisti Erika Alexander e Jeffrey Wright in una scena di «American Fiction»
I protagonisti Erika Alexander e Jeffrey Wright in una scena di «American Fiction»
I protagonisti Erika Alexander e Jeffrey Wright in una scena di «American Fiction»

Il centro della scena se lo sono spartito il sette volte premiato Christopher Nolan, che con «Oppenheimer» ha fatto saltare il banco dell’Academy, e le «Poor Things» di Emma Stone e Yorgos Lanthimos (in rigoroso ordine di importanza). Agli altri qualche scampolo di gloria, una pacca sulle spalle e il quarto d’ora di celebrità che a Los Angeles non si nega a nessuno. Si spengono le luci degli Oscar ed è tempo di rendere giustizia a chi se n’è stato in un angolino buio della notte delle stelle, ai margini del delirio collettivo per il Ken rosa shocking di Ryan Gosling e delle lacrime di massa per l’esibizione da groppo in gola di Billie Eilish.

Anche se un premio «American Fiction» l’avrebbe pure vinto, quello per la migliore sceneggiatura non originale, ricavata dal romanzo «Erasure» di Percival Everett (In Italia sarà ripubblicato a breve da La nave di Teseo con il titolo «Cancellazione»). In pochi però si sono accorti della statuetta finita tra le mani del regista Cord Jefferson, così come delle altre quattro nomination a referto, compresa quella strameritata per un fantastico Jeffrey Wright, costretto a fare da spettatore all’annunciato trionfo di Cillian Murphy. Così vanno le cose ai piani altissimi di Hollywood, ma noi siamo qui apposta per suggerirvi di concedere un’occasione a un film che la merita molto più di tante robette elevate agli altari del gusto medio (da «Barbie» in giù). E poi «American Fiction» è già arrivato in Italia: lo trovate su Prime, a distanza di un clic dai vostri divani.

Classicamente commedia


Le surreali disavventure al centro del plot da Oscar sono quelle del romanziere afroamericano Thelonious Monk Ellison, che per protesta contro un mondo dell’editoria che lo snobba e che pretende solo stereotipi, decide di scrivere il libro che i bianchi vogliono leggere e all’improvviso si ritrova autore di un best seller. Una strana forma di sberleffo, e di riscatto personale, che inevitabilmente diventa qualcosa di diverso e finisce per trasformarsi in un boomerang.

Si ride tanto, in «American Fiction», ci sono litri di caustica ironia e tonnellate di satira socio-politica; si ride e si riflette: sul concetto di tolleranza, sul falso miraggio di una società più equa, sull’inclusione come trappola fatta di bias e menzogne, sull’ipocrisia diffusa a tutti i livelli, sui pericoli di una cultura del diverso che non sa fare a meno di confini e paletti, sull’illusione di essere nel giusto agli occhi di chi si percepisce come simile, sull’impossibilità di uscire dal vicolo cieco delle attese altrui. Si ride e si riflette ma non solo: Jefferson costruisce attorno a Monk un microcosmo famigliare al quale non si può fare a meno di affezionarsi (strepitoso il personaggio del fratello Clifford, al secolo Sterling K. Brown), per una classica commedia all’americana che sfiora anche le corde del melodramma. Fatevi sotto, ce n’è per tutti

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