Il libro

"Ragioniamoci sopra", l'autobiografia di Luca Zaia. Ecco un estratto

Per la prima volta uno dei personaggi chiave della scena politica italiana si racconta in un viaggio nella memoria, tra radici culturali e origini popolari, riforme e scelte in nome di un modello amministrativo virtuoso. Lo fa con un libro che esce oggi, giovedì 18 novembre, "Ragioniamoci sopra. Dalla pandemia all'autonomia" (Marsilio editore 208 pagine, 17 euro). Luca Zaia si confronta con le sue umili origini, racconta gli anni degli studi e la scoperta della vocazione al servizio delle istituzioni come riscatto per la sua gente, dall'incontro con la Liga al legame con il territorio, dai successi delle Colline del Prosecco patrimonio Unesco al confronto serrato con le catastrofi climatiche, fino alla gestione di un sistema sanitario d'eccellenza, che ha dato il massimo davanti alle sfide della pandemia fino alla madre di tutte le riforme, quell'autonomia che è la chiave per la transizione verso un federalismo regionale.

La prima tappa delle presentazioni sabato 20 novembre alle 18 a Villorba nella Libreria Lovat con Ottavio Di Brizzi, poi martedì 23 novembre alle 18 a Roma alla Feltrinelli di Galleria Alberto Sordi, con Gennaro Sangiuliano, quindi mercoledì 24 novembre alle 18 Zaia sarà a Bassano del Grappa alla Libreria Palazzo Roberti con il direttore de "Il Giornale di Vicenza", Luca Ancetti. Il tour prosegue il 25 novembre alle 18.30 con la tappa a Milano alla Feltrinelli di Piazza Duomo, con Veronica Gentili, sabato 27 novembre alle 18 a Mestre alla Feltrinelli del centro commerciale Le Barche con Roberto Papetti. Mercoledì 1° dicembre alle 18 a Padova nella Sala Carmeli con Fabrizio Brancoli e il 3 dicembre alle 19 a Verona all'Arena Casarini dell'Hotel Due Torri con il direttore de "L'Arena" Maurizio Cattaneo.

 

***Pubblichiamo un estratto dal libro di Luca Zaia "Ragioniamoci sopra. Dalla pandemia all'autonomia", da oggi nelle librerie.

La natura ingovernabile
«Il tema di una natura che si ribella e si riappropria dei suoi spazi e del suo ruolo è sempre più ricorrente nelle cronache, nei dibattiti, anche nelle semplici discussioni tra cittadini, e nessun amministratore può pensare di sottrarsi alle riflessioni che ne scaturiscono, la vera sfida per il mondo di domani.
Personalmente, ogni volta che mi soffermo sulla questione metto a fuoco in particolare alcuni aspetti che hanno a che fare con l'idea di futuro e che non si possono considerare sfumature. Un ritornello accompagna quasi sempre queste discussioni: si sente ripetere spesso, a tutti i livelli, che non si fa più nulla per tutelare il nostro territorio dal dissesto idrogeologico. Un pensiero che evita alla comunità di porsi il vero quesito su cui dovremmo interrogarci tutti, non solo davanti all'impatto mediatico di eventi come frane, smottamenti, esondazioni e quant'altro devasti i territori e causi vittime: davvero abbiamo la reale percezione del pericolo che l'uomo corre in questo momento storico di fronte alla natura?
La necessità di interventi in questo ambito è sotto gli occhi di tutti. Sono ancora vive nella memoria le immagini del Bacchiglione che esonda a Vicenza a Ponte degli Angeli nel 2010.Quel 1° novembre tutta l'attenzione era concentrata sulla città berica, invasa dall'acqua con una violenza devastante. Tra i più drammatici, il ricordo di una strada in cui riusciva a circolare soltanto un mezzo blindato della polizia, tra le auto completamente travolte dal fango e i cittadini sbalorditi. Una situazione che in poco tempo si è estesa a tutta la provincia vicentina e a parte di quelle di Padova e Verona: mezzo Veneto sommerso e 500 mila persone coinvolte nell'alluvione. Su impulso di quella triste esperienza, come Regione ci siamo affidati a esperti di livello mondiale nel campo dell'ingegneria idraulica, per impostare un piano regionale di vasta portata. Un progetto che è stato avviato con tempestività e ampliato fino a raggiungere il valore di oltre 3 miliardi. Si tratta di un lavoro di ampio respiro per la radicale messa in sicurezza idrogeologica del Veneto che sta proseguendo alacremente. Per secoli i fiumi hanno rappresentato la vita stessa per la nostra terra e se abbiamo ritenuto di dover intervenire in maniera capillare e massiccia è proprio perché siamo consapevoli che, oggi, quella vita passa per la loro messa in sicurezza. La bontà del prezioso lavoro svolto mettendo in cantiere questa pianificazione è stata confermata dal fatto che sia Vaia, nel 2018, sia l'emergenza del dicembre 2020 non hanno causato i 100 morti di mezzo secolo fa né l'allagamento di buona parte del Veneto come undici anni fa, nonostante le precipitazioni abbiano raggiunto livelli più consistenti rispetto al 1966 e siano andate ben oltre quelle del 2010. Certamente queste esperienze vissute in prima persona mi hanno confermato nella convinzione che sia necessario intervenire quando e dove è possibile, ma questa sarebbe una verità monca se non prendessimo atto che i cambiamenti climatici e geologici sono nell'ordine delle cose. Immaginare o, ancor peggio, lasciar passare l'idea che l'uomo possa opporsi in modo risolutivo e definitivo a questi fenomeni è pericoloso e non ci aiuta a crescere in quanto comunità.
La verità è che, per quanto riguarda gli sconvolgimenti ambientali che toccano la comunità umana, essa può provvedere a mettere in sicurezza alcune situazioni o ad allestire modelli che consentano di diffondere tempestivamente l'allarme, riducendo o azzerando i danni. In altre situazioni, invece, la mancanza di senso di responsabilità, l'incapacità di guardare oltre il proprio stretto orizzonte temporale e l'interesse materiale dell'uomo hanno ingigantito la forza distruttrice della natura contro la comunità stessa.
Se continuiamo a rifiutare l'idea di non essere invincibili, faremo sempre più danni alla natura e ci ritroveremo via via vittime di un contrappasso, nel paradosso per cui da un lato si invoca la difesa del suolo dal dissesto, e dall'altro si ritiene sufficiente l'intervento dell'uomo per fermare la montagna che frana o il fiume che esonda. Se pensiamo che riuscire a fermare l'evento catastrofico sia la dimostrazione dell'invincibilità contro le minacce della natura, commettiamo un grave errore: ci illudiamo di rispettare l'ambiente, ma non è così. Possiamo trovare mille scuse, come puntare il dito contro i contadini, criticati, quando non palesemente attaccati, per il mancato rispetto del territorio e per l'evoluzione industriale dell'agricoltura. Eppure, con il loro lavoro essi sono le sentinelle del territorio, e lo confermano le ricognizioni, come quella secondo cui in questo momento il Veneto è interessato da 11 mila frane, che non sono poche, ma sono concentrate in aree rurali abbandonate e boschive. Questo significa che, dove è all'opera un agricoltore, c'è un presidio: è lui che interviene, infatti, se percepisce un pericolo, ed è il primo ad avere interesse affinché si possa prevenire il dissesto.
L'ambientalismo che vede come unica via la contrapposizione fra le categorie coinvolte, a cominciare da quelle che garantiscono il loro impegno diretto nel settore produttivo primario, non giova alla sua causa. Credo, piuttosto, in un sentimento ambientalista che sia trasversale e affidato alla responsabilità di ognuno: è l'unica via per tutelare l'ambiente, valorizzando tutti i presidi sul territorio, ma nella consapevolezza che nel confronto uomo vs natura la posizione di forza non è e non sarà mai quella dell'uomo, nemmeno nella durissima lotta contro il coronavirus.