La spunta blu

«Ragazzi, non è tutta colpa del virus». Parola di insegnante

Una scena dal film "Noi siamo infinito"
Una scena dal film "Noi siamo infinito"

Noi, i ragazzi e il virus. Ha fatto il giro di molti telefonini la voce della madre che raccontava lo smarrimento della figlia adolescente per la scuola che non c’è, o perlomeno che non c’era fino a pochi giorni fa (potete rileggere la lettera qui). Un’altra madre prova a offrire un altro punto di vista su questo braccio di mare che stiamo tutti attraversando, chi su battelli a vapore, chi su zattere di fortuna, chi a nuoto. Si chiama Simona, è insegnante e dice cose che aiutano a capire e capirci meglio.
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"Sento la necessità di esporre il mio punto di vista rispetto alla commuovente lettera di questa mamma. La capisco ma non la condivido del tutto; purtroppo questo brutto momento lo stiamo passando tutti, bambini, adolescenti, lavoratori, anziani, e tutti a nostro modo, stiamo pagando uno scotto salato. La perdita del lavoro, la solitudine degli anziani, i nostri adolescenti. I nostri studenti stanno pagando sull’istruzione, la precarietà di questo valore con la paura dell’abbandono per le fasce deboli (e non solo) del loro percorso scolastico. Questo è reale. Il resto a mio avviso è personale, nel senso che l’adolescenza è anche quello che racconta questa mamma, la depressione, l’isolamento, le grandi contraddizioni interiori e le esternazioni esagerate, l’apatia. L’adolescenza era così anche prima del Covid e rimarrà così, presumibilmente anche dopo il Covid. Non sarà il vaccino a far svanire il lato oscuro del passaggio da bambino ad adulto. Non mi permetto di giudicare le motivazioni di questa mamma e della sua giovane figlia, vorrei solo che non diventasse questo un cavallo di battaglia per tanti genitori attribuendo al virus un periodo della vita assolutamente fisiologico. E questo solo perché dobbiamo essere noi genitori preparati e preparare i nostri figli, dando loro il nostro contributo, anche noi siamo stati adolescenti, anche noi abbiamo avuto il nostro virus, le nostre piaghe e prima di noi i nostri genitori e così via. Quando ero adolescente io c’era Hiv e la tecnologia non esisteva e non ci poteva aiutare rendendoci liberi di sapere. Così ci fidavamo ciecamente degli adulti i quali (senza generalizzare troppo) ci dicevano che toccarci, abbracciarci, baciarci erano atteggiamenti che avrebbero potuto trasmetterci l’Aids e per questo saremmo morti e avremmo anche portato con noi il segno della trasgressione perché chi moriva di Aids erano sicuramente drogati, prostitute e omosessuali. O eri in un fronte o eri salvo. Abbiamo avuto anche noi i nostri momenti bui. Ma siamo cresciuti e ce l’abbiamo fatta e anche i nostri ragazzi ce la faranno, hanno più risorse di quanto possiamo credere, ma dobbiamo ricordarglielo sempre, in ogni momento, senza dar loro il mezzo per rifugiarsi in se con la scusa di qualcosa, anche se reale. Dobbiamo credere in loro e non dar loro delle scuse scudo. Sento già il rimbombo della lettera di questa mamma nelle chat di classe, condivisa da altre mamme preoccupate per i loro figli. A ragione ovviamente ma, per poter aiutare i nostri figli bisogna anche capire quali siano le motivazioni reali. Credo che nella maggior parte dei casi l’atteggiamento dei nostri ragazzi anche se preoccupante, sia comunque un comportamento da attribuire alla loro adolescenza. Poi, il problema dell’istruzione in questo brutto periodo, ovviamente rimane, ma auspichiamo che potrà risolversi il prima possibile. Un grande imbocca al lupo a tutti i genitori con figli adolescenti, me compresa".
Simona
Mamma e insegnante

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Ci ho pensato anch’io spesso a cos’era l’Hiv e a come veniva raccontato e percepito quand’ero ragazzo. Il virus dell’amore libero, la lettera scarlatta tatuata sul petto dell’ultimo eroinomane come della più luminosa pop star. E però l’Aids non impedì alla nostra generazione di attraversare l’adolescenza con il sole in fronte. Nessun decreto ci imprigionò nella nostra cameretta per mesi. Io ci trascorrevo pomeriggi interi chiuso nella mia stanza con il tetto spiovente, i poster dei Beatles e i racconti di Poe e Calvino, naufragavo senza opporre resistenza nello spleen del liceale anni Novanta, spremevo da libri, giornali, riviste, dischi e videocassette tutto quello che volevo diventare un giorno, chissà. Mi sentivo dentro un elastico, che si tendeva verso la vita là fuori, ma che si afflosciava anche, nella vita di dentro. E sì, quella cosa lì era l’adolescenza. Paolo Giordano la descrive bene ne “La solitudine dei numeri primi”: «Gli anni del liceo erano stati una ferita aperta, che a Mattia e Alice era sembrata così profonda da non potersi mai rimarginare. C’erano passati attraverso in apnea, lui rifiutando il mondo e lei sentendosi rifiutata dal mondo, e si erano accorti che non faceva poi una gran differenza».
Quella però era una nostra scelta: chiuderci lì dentro o andarcene via. Nessuno ci costringeva, come accaduto in primavera: eravamo liberi di starci così come di uscirne in qualsiasi momento. Nessun decreto ci impediva di entrare in classe, come è stato per mesi. Nessun ministro ci toglieva il cinema, il teatro, i concerti, i viaggi, la pizza, le gite scolastiche, le partite di pallone giù al parco, la corsa campestre, la discoteca. È vero, la pandemia è una di quelle storie a più strati, come le torte millefoglie: c’è la storia collettiva, che ci riguarda tutti, e c’è la storia personale, di ognuno di noi, di come ci siamo entrati e di come ne usciremo, di come viviamo quello che ci accade e di come reagiamo. Da adulto, però, non posso non provare un senso di colpa per quei ragazzi rimasti senza scuola per quasi un anno, da marzo a gennaio. Almeno la scuola, almeno due ore al giorno o due giorni alla settimana, avremmo dovuto fare di tutto per garantirla: avremmo dovuto difenderla come un confine invalicabile, con le unghie e con i denti. Di qui non si passa. Dopo l’emergenza improvvisa della primavera, la ritirata d’autunno è stata un fallimento italiano, una dimostrazione che il futuro può attendere. Con un doppio sospetto: che non solo non si sia fatto tutto quello che si sarebbe potuto fare, ma che le scelte più dolorose siano cadute sulle spalle dei ragazzi perché politicamente era la scelta meno costosa. In fondo, nemmeno votano. Non ancora, almeno. Con le poche eccezioni dei teatri, ancora chiusi, dello sport amatoriale e dell’industria del divertimento, la scuola è stata il “settore” più maltrattato, con l’aggravante di una serie di decisioni che hanno mortificato il merito, come il “tutti promossi” di un anno fa o le malinconiche interrogazioni a distanza con i libri aperti accanto alla tastiera del pc. Gli studenti hanno subito una forma di concorrenza sleale, non solo rispetto ad altre fasce d’età e ad altri pezzi della società italiana, ma anche rispetto ai loro colleghi del resto d’Europa, con i quali tra non molto dovranno misurarsi in un mercato del lavoro sempre più aperto.
E noi genitori? Non passa giorno senza che mi venga in mente il primo giorno di elementari di mia figlia. Eravamo più emozionati noi grandi di loro piccoli. Il maestro di italiano ci disse, dal più al meno, che il compito di noi mamme e papà, davanti a un ostacolo, sarebbe stato quello di mostrare ai nostri figli le vie per superarlo, non di rimuoverlo noi per loro. Ed è un po’ quello che dice questa mamma insegnante. In una scena del film “Il lato positivo”, il regista fa dire a Bradley Cooper: «Sai cosa farò? Prenderò tutta questa negatività e la userò come carburante per trovare il lato positivo. È questo che farò. E non è una stronzata. Ci vuole impegno e questa è la verità». Ed è quello che spero faranno i nostri ragazzi. E pure noi dovremmo farlo.
Da tempo mi chiedo cosa sboccerà da questa generazione. E scrutando certe posture, certi pensieri, certi silenzi, se dovessi scommettere un nichelino lo punterei su una generazione di “responsabili”, non come quelli raccattati in Senato per puntellare un governo zoppo. A differenza dei loro genitori, vittime dell’incantesimo di un’adolescenza trascinata fino alla soglia dei quarant’anni, i ragazzi della pandemia sono stati spinti dentro l’età adulta, l’età delle responsabilità, come quando spingiamo i bambini a tuffarsi nell’acqua alta, dove non toccano, per imparare presto a nuotare. Da soli e liberi.
gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it

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Vorrei rispondere con poche righe alle lettere della mamma preoccupata  per la propria figlia e all’insegnante che paragona gli anni dell’Hiv a questo evento chiamato Corona Virus, per gli amici Covid. Parlo in veste di madre, quasi nonna, poiché sono in quell’età di mezzo, nella quale si hanno figli laureati e accasati e figli che non hanno ancora concluso il loro percorso formativo. Iniziando rispondere alla madre preoccupata, mi sento di dire che i nostri ragazzi sono più forti di quello che noi pensiamo, cadono ma si rialzano con più vigore. Vivo anch’io la stessa situazione con il mio ultimogenito, un ragazzo che sta completando i suoi studi i ingegneria informatica e che si trova bloccato in un limbo, poiché l’accesso all’Università gli è precluso e gli esami vengono fatti come in un set cinematografico con telecamere in ogni angolo( ci è costato una fortuna l’impianto), per verificare che non copino, se prima studiava con i colleghi nella biblioteca dell’ateneo ora li vede solo attraverso video, il rapporto con i docenti è asettico, non c’è confronto, questo è normale? Abbiamo ricattato moralmente questi ragazzi accusandoli di essere gli untori dei nonni e vorrei sottolinea che anche il GdV lo ha fatto con molta enfasi, vergognoso quel video sponsorizzato da Regione Veneto, vergognoso quell’articolo sui maturandi in cui si insinuava che gli esami erano stati una passeggiata quasi a dire che le promozioni erano state regalate, non possiamo essere molto fieri di noi stessi. Ora vorrei rispondere all’insegnante chiedendo come si possa paragonare gli anni dell’Hiv a questo disastro? Gli anni ’80 che furono il periodo nel quale comparve Hiv mi ricordo che ci fu un allarme mondiale, perché questa malattia del tutto sconosciuta faceva molta paura e lo fa tuttora anche se sembra che non esista più, ma come Lei aveva già detto nel Suo commento, nessuno ci aveva chiuso in casa, nessuno ci aveva confinato all’interno del nostro comune, nessuno ci obbligava a fornire documentazioni anche per andare a fare la spesa eppure l’Hiv non perdonava ne perdona, ora con il 95% di “asintomatici” e bla, bla, bla vari siamo solo liberi di recarci al lavoro, ma questo Covid, che non predona, è così selettivo da contagiarci solo nel nostro tempo libero? Allora cara insegnante mi permetto di dire che tutto questo è solo colpa nostra, che abbiamo eletto una classe politica di inetti, abbiamo permesso che questa gente scegliesse un CTS di incapaci che prima dichiaravano il Covid un’influenza e poi repentinamente ci hanno chiusi in gabbia con lo spauracchio della morte fuori dalla porta, allora possiamo dire che é solo ed esclusivamente colpa nostra, abbiamo la classe politica che ci meritiamo e che più ci rappresenta, anni di menefreghismo che ci hanno portato a questo. Un ultimo pensiero ai nonni che ci hanno lasciato … anche quelli sono solo colpa nostra, noi siamo la generazione del disastro abbiamo cancellato il passato e il futuro con il nostro egoismo.

Michela Paganin