La spunta blu

«Mia figlia non vuole più uscire». Lettera di una mamma sulla scuola che non c'è

Banksy, "Girl with Baloon"
Banksy, "Girl with Baloon"

Incollo qui questa lettera imbucata nella casella di posta elettronica del giornale l’altra notte. L’autrice chiede di firmarsi semplicemente “una mamma”. Ci sono almeno due buone ragioni per accogliere la richiesta: perché racconta di un disagio e perché è il disagio di una ragazza minorenne, che la legge e i codici deontologici dei giornalisti (giustamente) proteggono e tutelano. La forza di queste parole rimane intatta, non perde un grammo di autenticità e profondità, pur senza nomi e cognomi.
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Racconto la storia dell'ultimo anno di mia figlia. X. ha 16 anni, frequenta con merito un liceo linguistico e fa parte di una squadra di nuoto che svolge 3 allenamenti settimanali. X. ama la scuola, ama nuotare, ama uscire con le amiche; si lega fortemente alle persone, perché è molto introversa e di amicizie ne ha poche. Con il lockdown inizia a chiudersi. Fa sempre più fatica ad uscire, dobbiamo spingerla a chiamare la sua migliore amica, resta chiusa in camera (preciso che non può portare il cell in camera, quindi non è quello il problema) e viviamo in attesa della ripartenza delle scuole. In estate va meglio, arriva settembre e con mille difficoltà le scuole sembrano aprire i portoni. Poi il disastro dei trasporti e i contagi che vanno veloci, troppo veloci e i ragazzi vengono accusati di essere il veicolo di contagio per eccellenza. Già così mi sembra una ‘colpa’ che viene loro addossata per non ammettere incapacità e incompetenze dei governanti e per non chiedere scusa delle condizioni in cui la scuola già versava da prima. X. si sente responsabile, si sente in colpa, ha paura di portare il contagio e torna a chiudersi in camera. Il problema è che ho l'impressione che piano piano regredisca sempre più sotto questa cappa in cui è costretta. La sera, compatibilmente coi miei turni di lavoro, si cerca di coinvolgerla, qualche gioco in famiglia, un film tutti insieme, ma inizia a dire che è stanca, che non vuole, va a letto sempre presto. Al mattino è di nuovo stanca, fa fatica a svegliarsi, mal di testa, non ha nemmeno voglia di andare a prendere una cioccolata calda in pasticceria (da asporto, ovviamente). “Non voglio uscire” “Ma ti farebbe bene, c'è il sole, vai a vedere che fuori la vita continua, che ci sono le foglie per terra!” “ma io lo so, che m’importa? Esci tu!” “Ma guarda, c'è la neve! Chiama una tua amica, magari vi trovate al parco e fate un pupazzo di neve” “No, smettila, ti ho detto che non ho voglia!” E poi è scoppiata, una sera dopo l'allenamento è tornata a casa con gli occhi gonfi e dice che non ci vuole più andare ad allenamento, che è stanca e che non ce la fa a fare tutto. Al che dico, così di getto, per cercare di sdrammatizzare “ma va’, che dici! Sei sempre a casa, non puoi essere stanca!” Finalmente piange, finalmente quella rabbia compressa esce e singhiozza a lungo. La abbraccio, ma non ci resta per tanto in quella stretta, perché “mamma, sono grande, lasciami”. Mi racconta della difficoltà a stare davanti allo schermo tante ore, della fatica di rimanere attenti, del fatto che molti compagni copiano, che i docenti fanno finta di non vedere o non capire, perché non possono farci nulla. Tanto vale studiare! Non vede futuro, non ci vede lo scopo, si sente persa, smarrita senza un orizzonte di senso. I compagni sono lontani anni luce, tutti compressi in quel mosaico di quadratini e lei si sente sola. La solitudine è annichilente e lei è stanca perché ogni giorno si confronta con quel maledetto schermo e con quel senso di schiacciamento centrifugo. Si fa presto a dire che i ragazzi non vogliono tornare a scuola e sono talmente pigri che stanno bene sul divano. Si fa presto a dire che non hanno voglia di studiare, che sono pigri anche mentalmente. E sentire ripetere come un mantra che una volta era peggio, che ai nostri tempi non ci si lamentava, che la guerra, le carestie, le cavallette, tutto per giustificare il nostro disinteresse nei confronti dei ragazzi. Noi sempre più egoisti, pur di mantenere il nostro privilegio di essere già adulti. Quando abbiamo smesso di ascoltarli? Quando abbiamo deciso che il nostro benessere vale di più? Io credo che i ragazzi abbiano paura, che siano sottoposti a una pressione incredibile e che non riescano a vedere il loro futuro. Ho chiesto appuntamento allo sportello di ascolto organizzato dalla scuola, perché come mamma non so come aiutarla, c'è bisogno di qualcuno più preparato. Io posso però sostenerla attraverso una netta opposizione alla chiusura delle scuole, alla Dad, alla Did, agli scrutini in cui tutto va bene, ma che non valutano proprio un bel niente della condizione dei ragazzi. Perché le classi erano sovraffollate anche prima, perché il personale era carente anche prima, perché i tram erano stracolmi anche prima. Io vorrei più scuole, con classi meno numerose e più docenti (magari come dice il professor Galimberti, con laurea in empatia), tram meno affollati e un sistema scolastico aggiornato e flessibile. I ragazzi hanno pagato il prezzo più alto in questo anno di restrizioni. La salute è definita dall'Oms “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplice assenza di malattia”, ma sembra che sia più comodo definire i ragazzi viziati, annoiati, poco partecipi, svogliati, che non ammettere il fallimento delle politiche socio-culturali degli ultimi anni, dall'autonomia scolastica, alla Buona Scuola, per finire con i dpcm, nei quali di tutto si considera, tranne la parte culturale ed educativa del nostro paese.
Una mamma
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Non credo che questa mamma abbia scritto di getto. Le sue sono parole masticate a lungo, per giorni e notti. Descrivono con la punteggiatura della sofferenza una mutazione sotto la pelle della figlia, qualcosa che più o meno intensamente accomuna migliaia di ragazzi a “X”. Ecco, a me ha impressionato molto la scelta di indicare la figlia con la lettera “X”, un artificio narrativo che dipinge con forza, con violenza pure, il senso del vuoto, dell’anonimato, dell’abbandono che ha avvolto come un banco di nebbia gli studenti che da quasi cento giorni vivono la scuola a distanza, attraverso lo schermo di un computer. Sono spariti dai radar: non solo sono stati relegati al ruolo di ultima ruota del carro, ma si sono visti tatuare in fronte anche la macchia dell’untore. “Non studio, non lavoro, non guardo la tv, non vado al cinema, non faccio sport”, è il ritornello di un vecchio tormentone dei Cccp. In un amen hanno smarrito non solo la scuola, ma anche la palestra, il campo da calcio, il teatro, la biblioteca, l’aperitivo, la festa con gli amici. Ed è accaduto negli anni dell’“Età imperfetta”, per citare il titolo (perfetto) del film di Ulisse Lendaro. L’età in cui scopriamo noi stessi scoprendo il mondo. L’età del distacco dal porto sicuro della famiglia per provare a remare da soli in mare aperto. Nella lettera di una madre che non vuole arrendersi c’è una richiesta di aiuto, ma c’è anche il bisogno di non sentirsi soli come sole si sono sentite le famiglie nella tempesta del covid. E se davvero, come molti indizi fanno sospettare, non si è fatto tutto quello che si poteva fare, prima o poi qualcuno dovrebbe avere la dignità di chiedere scusa. Temo, però, che nessuno lo farà finché continueremo a parlare di scuola e studenti annegando nei numeri e nelle statistiche le emozioni, i volti, le storie, i nomi di ragazze e ragazzi incasellati come tante “X” impilate su un anonimo foglio di carta.
gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it