C’è vita sul pianeta Vicenza?

Una scena dal film "The Martian"
Una scena dal film "The Martian"

«Sono le onde a impedire che i mari siano semplicemente delle enormi pozzanghere». (David Foster Wallace, “La ragazza dai capelli strani”)

 

Ha il passo lento, quasi dolente, come di una veglia funebre questa ripartenza dei luoghi della cultura a Vicenza. Nessuno fa rumore, come se non fosse il caso. Si ode qualche bisbiglio, tutti sembrano vestiti di nero o grigio, nessun trucco o tacco o profumo, nessun abito della festa o delle grandi occasioni. Dopo cento giorni di solitudine i musei nella città del Palladio possono riavviare il motore e schiudere le porte al pubblico, eppure sembrano giorni come tanti altri. Non c’è stata fretta, come se non faccia differenza tornare ieri, oggi o domani. Addirittura, sua maestà la Basilica resta ai box, forse si riaccenderà la prossima settimana, forse a marzo. Altrove non attendevano altro che il via libera: a Padova, a Rovigo, a Verona, a Venezia, a Ravenna, per non dire di Milano o Firenze o Roma, le luci della ribalta illuminano eventi e mostre, mentre il cartellone vicentino è desolatamente vuoto, in attesa di tempi migliori. L’ultimo segnale è stata l’eroica stagione dei classici all’Olimpico.Vicenza bella addormentata. Una modesta proposta: perché non fare della riapertura della Basilica un giorno diverso, qualcosa da ricordare? Facciamo di questo ritorno qualcosa di simile a una festa? Perché, per cominciare, non srotoliamo un tricolore gigante dalle logge e non avvolgiamo la Basilica con la bandiera italiana? Se non ci sono spiccioli in cassa, da qualche parte nei magazzini comunali ci dev’essere ripiegato e parcheggiato l’enorme patchwork imbastito nel 2011 con i disegni degli studenti vicentini. Non c'è più? Chiediamo alle scuole di confezionarne uno nuovo. A marzo ricorre il 160° compleanno dell’Unità d’Italia, proprio oggi sono 150 anni di Roma capitale: il telaio della Basilica sarebbe perfetto per cucire le stoffe di passato e presente in un unico abito. E mentre vestiamo a festa la Dama bianca, dal salone d’onore potrebbero risuonare le note dell’Inno alla gioia, l’inno dell’Europa unita, lasciando fluire dentro un simbolo della cultura mondiale il respiro dei destini di popoli che stanno combattendo tutti la stessa guerra contro il virus. Immaginate gli orchestrali suonare a distanza dentro il monumento nel giorno della sua riapertura, immaginate di girare un video e di postarlo sui social come i naufraghi infilavano il messaggio nella bottiglia: attraverserebbe i mari e gli oceani, per approdare sulle sponde più remote e diventare un potente messaggio di rinascita e di speranza, oltre che una cartolina da Vicenza città viva. Mettiamo in mostra quello che abbiamo, quadri, foto, frasi dei ragazzi sul mondo che vorrebbero. Il sindaco riunisca la sua giunta in quel salone, il giorno in cui riaprirà, perché quella non è una soffitta o una cantina da tenere chiusa perché aprirla costa troppo, quella è la casa dei vicentini, è il simbolo della vicentinità. E di simboli abbiamo bisogno come dell'aria in questi tempi cupi. Nella storia di Vicenza la Basilica è stata sempre un simbolo di rinascita. Lo è stata ormai dieci anni fa, quando venne completato il maxi restauro: le grandi mostre presero per mano una città ancora ferita dall’alluvione e l’aiutarono a risollevarsi dalla crisi economica esplosa alla fine degli Anni Zero; lo è stata soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, quando la cupola pesantemente bombardata durante gli attacchi aerei venne ricostruita in tempi record, perché ridare vita alla Basilica significava ridare vita a tutta Vicenza. Non lasciamo che questi giorni scorrano come se nulla fosse, non rassegniamoci al saliscendi delle curve dei contagi, non abbandoniamoci all’abitudine della pandemia. «L’abitudine - scrive Oriana Fallaci in “Un uomo” - è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente, cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d’averla addosso ogni fibra di noi s’è adeguata, ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci». In tempi straordinari servono azioni straordinarie. È il momento di osare e di inventare nuove forme di narrazione: mischiamo i linguaggi, lasciamo che suoni e immagini si contagino, almeno loro, che di quelle contaminazioni abbiamo fame e sete. Non limitiamoci a girare la chiave nella toppa della porta per dire: prego, entrate, la Basilica è aperta. Riempiamola di idee, di musica, di fotografie, di quadri, riempiamoli di vita. Illuminiamo la Basilica e facciamola brillare, come i razzi sparati dai naufraghi nella notte, segnali di luce per dire che siamo qui, siamo ancora qui, siamo noi. Dopo cento giorni di silenzio, la ripartenza non può essere un giorno come tutti gli altri. 

gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it