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Il racconto

«Mi sono calata nel cuore della Turchia per salvare il collega bloccato»

di Sara Marangon
Michela Zambelli, speleologa di Schio, nel team che ha riportato in superficie Mark Dickey, l'americano rimasto bloccato a mille metri di profondità.
La speleologa Michela Zambelli
La speleologa Michela Zambelli
La speleologa Michela Zambelli
La speleologa Michela Zambelli

È Michela Zambelli la soccorritrice vicentina volata in Turchia, assieme ad altri compagni del Corpo nazionale Soccorso alpino e speleologico italiano, per le operazioni di recupero di Mark Dickey, lo speleologo statunitense bloccato a mille metri di profondità nella grotta della Morca, nei pressi di Anamur, a sud del territorio turco. Un'operazione complessa e rischiosa, che si è però conclusa nel migliore dei modi: il 40enne americano ha rivisto la luce dopo aver trascorso 9 giorni in un labirinto roccioso, nel cuore della terra. Le vicende, che hanno visto Dickey rimanere intrappolato nella terza grotta più profonda della Turchia, risalgono alla serata del 2 settembre; il ricercatore faceva parte di una spedizione che mirava a esplorare la grotta, ma si è sentito male. Per salvarlo si sono mobilitati in tanti e anche dall'Italia è partita una squadra del Soccorso alpino e speleologico.

Michela Zambelli con la squadra di soccorritori
Michela Zambelli con la squadra di soccorritori

A farne parte anche Michela Zambelli di Schio, istruttrice e speleologa della scuola Cai e tecnico specializzato in recupero; dal 2008 fa parte del Cai di Vicenza e più precisamente del Gruppo grotte Trevisiol. «Sono rientrata ieri sera (giovedì 14 per chi legge, ndr) dalla missione in Turchia, ero partita una settimana prima - racconta la speleologa che nella vita lavora come impiegata - Nessuno ci paga per questi interventi, si tratta di volontariato. Dunque quando arriva una chiamata bisogna capire se c'è la disponibilità lavorativa e se gli impegni della vita privata consentono un'assenza che non è quantificabile. Si parte a titolo gratuito e quando succede in Italia è una cosa estremamente veloce. Ricordo ad esempio l'ultimo intervento a cui ho partecipato: era lo scorso luglio a Bueno Fonteno, tra il Lago d'Iseo e il lago d'Endine, per una ragazza che si era infortunata ad un ginocchio durante un'esplorazione. Questa volta, essendo all'estero, la preparazione alla partenza è stata più lunga. Io, unica vicentina, mi sono aggregata al gruppo del Trentino. Il team italiano era composto da 46 tecnici tra cui 6 soccorritrici donne».

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Ma come si sono svolte le operazioni in Turchia? «Iniziamo con il dire che l'americano non era caduto, si trovava nella grotta con una spedizione quando ha iniziato a sentirsi male. Da meno 1200 metri di profondità si è portato al campo base che era a meno mille, poi alcuni dei suoi compagni sono saliti in superficie chiedendo aiuto. Aveva un problema allo stomaco, era talmente debilitato che sono servite delle trasfusioni di sangue. In pratica non si trovava nelle condizioni fisiche per poter risalire. Per scendere a quella profondità ci s'impiega dalle 5 alle 8 ore; un viaggio, soprattutto a livello mentale. Bisogna avere ben chiaro l'obiettivo: è quello che ti fa scendere, essere efficiente e tornare in superficie. Personalmente sono intervenuta con la prima squadra italiana di recupero; precedentemente erano scesi i medici italiani con un team per portare il materiale sanitario, per stabilizzare il ferito e per rendere la progressione sicura. Altre squadre hanno fatto salire la barella con l'americano fino a meno 680 metri; noi, in 11, abbiamo dato il cambio trasportandolo fino a meno 500. Un lavoro durato circa 20 ore. Infine, l'ultimo team che ha portato in superficie il ricercatore statunitense è stato ovviamente quello turco. Ma all'operazione hanno collaborato polacchi, ungheresi, bulgari, croati e romeni».

«Il ferito era vigile, guardava le nostre tecniche con ammirazione e collaborava durante la progressione - conclude Zambelli - Non c'erano punti difficili, ma solo un paio di parti veramente strette e altre tecnicamente impegnative. Cosa mi spinge a farlo? La fratellanza: si scende per aiutare una persona, pensando che potrebbe capitare anche a te. In campo si crea una collaborazione speciale, c'è un obiettivo comune, non esistono ceti sociali, razze o conflitti. Si è tutti sporchi, sudati e... uguali. Sono contenta di sapere che anche questo intervento si è concluso positivamente, finora ho preso parte a una decina di missioni e quasi tutte sono andate a buon fine».

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