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IL RICORDO

Vicenza manifesta per Navalny. In piazza anche un rifugiato politico russo

Il dissidente misterosamente morto in Siberia ricordato in città da un centinaio di persone
Il ricordo di Navalny in piazza Matteotti FRANCESCO DALLA POZZA
Il ricordo di Navalny in piazza Matteotti FRANCESCO DALLA POZZA
Il ricordo di Navalny in piazza Matteotti FRANCESCO DALLA POZZA
Il ricordo di Navalny in piazza Matteotti FRANCESCO DALLA POZZA

Nella piazza intitolata a un socialista massacrato dai fascisti si ricorda un dissidente russo perseguitato, incarcerato e ucciso dal regime guidato da un dittatore che affonda le sue radici ideali nel Kgb comunista. Giacomo Matteotti e Alexei Navalny paiono uniti da un tragico ma purtroppo non imprevedibile destino in questa serata vicentina che unisce in piazza un centinaio di persone e le diverse parti politiche in una protesta universale contro la Russia di Vladimir Putin.

Le parole del sindaco

Non è banale e non è scontato, dice il sindaco Giacomo Possamai «che ci sia questo moto di coscienza perché fino alla folle aggressione di Putin all’Ucraina l’Italia e l’Europa hanno stretto accordi commerciali e politici con la Russia. L’Europa nasce per difendere le libertà, l’Europa o è espressione delle libertà o non è Europa. Vicenza è orgogliosa di schierarsi dalla parte giusta, dalla parte della democrazia». 

Uniti in piazza

E pazienza se a livello nazionale infuria la polemica tra antiputiniani della prima ora e quelli che assicurano di esserlo diventati dopo aver flirtato politicamente con lo stato maggiore di Russia Unita, il partito del satrapo: a Vicenza il fronte sembra compatto. Quantomeno nelle adesioni che la manifestazione di ieri che i Civici con Possamai hanno lanciato in accordo con tutti i consiglieri di maggioranza e minoranza, civici, di centrodestra e di centrosinistra. Anche se quelli presenti in carne e ossa di consiglieri in verità non erano molti. Mancavano anche Lega e Forza Italia, ma la spiegazione arriva poco dopo: in contemporanea a palazzo Trissino è in corso una commissione.

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La foto di Navalny

A poche centinaia di metri dal cuore della scena, con palazzo Chiericati a fare da sfondo, lì dove c’è chi ha messo delle fotocopie con la foto di Navalny, delle piccole candele rosse, qualcuno ha posto dei fiori, dei garofani rosa. E un foglio con scritto “Putin assassino”. 

Già, perché mentre il vicepremier Matteo Salvini, diventato d’un tratto garantista, dice che capisce, per carità, la vedova di Navalny, che bisogna fare chiarezza, ma che «la faranno i medici, i giudici, non la facciamo noi», ecco, nella piazza di Vicenza di chi sia la responsabilità della morte di Navalny è chiaro a tutti. Senza attendere il verdetto dei giudici di Putin.

Il punto di Sorrentino

«La morte di Navalny purtroppo era prevedibile: con sistematica e scientifica puntualità – dice l’ex presidente del consiglio comunale oggi consigliere di Idea Vicenza Valerio Sorrentino – tutti gli oppositori di Putin sono stati eliminati. Oggi Navalny è l’ultimo tassello di una persecuzione compiuta da un uomo che esprime il suo deliro di onnipotenza senza logica. Questo deve far riflettere anche chi auspica in buona fede che sia possibile sedersi al tavolo a trattare di pace con lui».

Ivan Korzh, rifugiato politico

E c’è qualcuno che in quella piazza lo sa bene: è un ragazzo di 25 anni, fa il giornalista sportivo, si chiama Ivan Korzh, è russo, è un rifugiato politico e vive a Vicenza da due anni.

«Ero qui il giorno prima dello scoppio della folle guerra in Ucraina, quando mi sono svegliato e ho letto quello che era successo ho deciso di rimare: tornare sarebbe voluto dire essere mandato in guerra contro gli ucraini». Nel 2016 ha partecipato alle elezioni come oppositore di Putin. «Faccio fatica a palare di Navalny al passato, lui è ancora qui, il suo messaggio rimane. Senza l’Europa e senza gli Usa non abbiamo speranza di liberarci di Putin». 

Peccato non abbia sentito il gruppetto poco più in là, quello di Unione Popolare e Rifondazione Comunista, che mette sullo stesso piano il governo russo con quello americano e inglese al grido di “Assange libero”.

Roberta Labruna

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