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La storia

Il Giorno del ricordo. «Papà nelle foibe, così la vita ripartì da Vicenza»

La profuga Ileana Ardito, scomparsa nel 2022, giunse a Vicenza dopo la morte del genitore, preso dai partigiani di Tito e infoibato non si sa dove. Ecco le sue memorie
L’album di famiglia: Ileana Ardito e i genitori Rosa Broggian e Savino Ardito
L’album di famiglia: Ileana Ardito e i genitori Rosa Broggian e Savino Ardito
L’album di famiglia: Ileana Ardito e i genitori Rosa Broggian e Savino Ardito
L’album di famiglia: Ileana Ardito e i genitori Rosa Broggian e Savino Ardito

«Sono Ileana Ardito, nata a Fiume, in Italia, il 15 febbraio 1933, da mamma Rosa Broggian, nata a Montegalda (Vicenza) il 27 ottobre 1895 e papà Savino Ardito, nato a Spinazzola (Bari) il 15 giugno 1887». Un racconto in prima persona che come da buona abitudine comincia con le presentazioni. E le prime parole a cui attinge con cura Ilenia Ardito, scavando nei ricordi che fissa su un foglio, danno subito le coordinate principali della sua storia: l’anno e il luogo di nascita, che rimandano immediatamente a fatti dolorosamente precisi, quelli di migliaia di italiani ammazzati e gettati come animali nelle foibe dalle milizie jugoslave di Tito, ma anche il riferimento ai suoi genitori. Con quel nome, quello di suo padre, scritto in maiuscolo che fa intuire l’amore di una figlia rimasto spezzato.

La storia della profuga Ileana giunta a Vicenza dopo la morte del genitore

E poco importa se quando comincia a scrivere questa sua testimonianza di profuga istriana a 77 anni, se nel frattempo ha costruito a Vicenza una famiglia piena di affetto con il “suo” Pietro e con sua figlia Lorella. Già, poco importa, perché c’è un passato che non passa e che non può passare e il suo desiderio, nonostante lo scorrere del tempo, è ancora quello di scoprire «dove sono le spoglie di mio padre, portare un fiore dove è stato ucciso». 

Suo padre, Savino Ardito, preso dai partigiani di Tito e infoibato non si sa dove

Papà Savino, mandato dallo Stato Italiano a Fiume in qualità di maresciallo maggiore della pubblica sicurezza, è un uomo possente che si scioglie in teneri abbracci e in larghi sorrisi quando lei lo chiama affettuosamente “papaci”. Quegli abbracci e quei sorrisi finiscono quando lei ha 12 anni e quell’appellativo, “papaci”, le rimane strozzato in gola. Perché suo padre viene giustiziato dai partigiani di Tito. A guerra finita. Quando cioè uno pensa di essere finalmente al sicuro, di potersi lasciare alle spalle tutto quel buio. Invece no. Il peggio deve ancora arrivare. Arriverà il primo di maggio, quando l’aria tiepida di un giorno di primavera diventerà un soffio gelato.

I tedeschi se ne erano andati, il padre andò a consegnare l'arma 

«I tedeschi se ne erano andati, mio padre quel mattino disse: “Figlia mia, ora vado in questura a consegnare l’arma, dalla quale ringraziando Dio non ho mai sparato un colpo; in tasca ho tutti i nostri risparmi, torno, organizziamo il rientro a Vicenza, e lì voglio coronare il mio sogno, aprire un’osteria”. A mezzogiorno, visto che papà non tornava, mio fratello è andato in questura a vedere, ma lo hanno rimandato a casa dicendo che li stavano interrogando tutti e che sarebbe tornato appena finiti gli interrogatori».

Savino Ardito non tornò più a casa

La piccola  Ileana ascolta quelle parole e «non so perché, ma sono scappata in camera, chiudendo la porta e scoppiando in lacrime, dicendo: “Mio papaci non tornerà più, non lo rivedrò più”». Il suo cuore capisce subito. No, non lo rivedrà più. «I partigiani di Tito, nascosti per anni nei boschi, alla partenza dei tedeschi uscirono dai nascondigli, circondarono la questura, arrestarono 83 uomini tra comandanti e agenti e li rinchiusero in prigione. Per due settimane mia mamma andava in prigione a portare una bottiglia d’acqua, senza poterlo vedere. Un giorno su quella bottiglia mio padre scrisse un messaggio: Cordic. Era il nome di un partigiano che mio padre aveva più volte salvato dai tedeschi. Mia madre andò quindi da questo brav’uomo, ma nulla egli poté contro la furia di questi partigiani (non riesco a chiamarli uomini), tant’è che per il dispiacere quest’uomo si licenziò da ogni attività partigiana». Anche l’ultimo, fugace, barlume di speranza se ne va. 

La tragedia: il padre buttato vivo nelle foibe

«Dopo questi 15 giorni le 83 persone vennero in segreto caricate su un camion e lì si consumò la tragedia: ci dissero che vennero picchiati e massacrati, legati assieme, tagliati i genitali e messi in bocca, buttati vivi nelle foibe. Senza un processo, senza un motivo, chi c’era c’era, a guerra finita». Ecco cosa fu quella pagina di storia. Una storia per anni taciuta, giustificata, negata, con la tacita complicità di una parte della politica pronta a cancellare ciò che non era funzionale alla propria narrazione.

«Vivemmo nel terrore, il terrore di essere italiani»

Eppure ecco cosa fu quella pagina di storia, uno squarcio di tragica brutalità sull’orrore comunista. «Rimanemmo senza un centesimo, per sopravvivere mia mamma vendeva i vestiti di mio padre: un paio di scarpe per due uova. Vivemmo nel terrore, il terrore di essere italiani, il terrore di essere fascisti. Di notte mia madre mi fece uscire con la sciabola d’ordinanza di mio padre, avvolta in uno straccio, e me la fece gettare nel fiume per paura che i partigiani ammazzassero anche noi. Dopo un anno, per rimanere italiani, prendemmo un treno, tra profughi e mari di lacrime, e come profughi siamo tornati a Vicenza». 

A svelarci le memorie di Ileana è la figlia Lorella che vive a Vicenza

Ed è qui che «comincio la vera vita da italiana, senza etichette finalmente. Sono tornata a Fiume due volte, ma il dolore che ho vissuto là non me l’hanno più fatta sentire casa mia» scrive Ileana. 

Ileana Ardito «nata a Fiume, in Italia, il 15 febbraio 1933, da mamma Rosa Broggian, nata a Montegalda (Vicenza) il 27 ottobre 1895 e papà Savino Ardito, nato a Spinazzola (Bari) il 15 giugno 1887» se n’è andata a giugno del 2022. E quel giorno, sua figlia Lorella, che conserva le sue memorie scritte, l’ha salutata così: «Cara mamma, ora puoi lasciare quel dolore che ti accompagna da quando, fanciulla, sei stata strappata alla tua terra e tornare a sorridere con tutti i tuoi cari, nella luce». 

Roberta Labruna

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