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La rete vicentina

«Il controllo sulla donna è l’inizio della violenza. Basta minimizzare»

Brian Vanzo, presidente dell’associazione Ares, da anni punto di riferimento provinciale per gli uomini che maltrattano insiste sul fatto che sia necessario un cambiamento a tutti i livelli «perché siamo tutti corresponsabili»
La maxi coperta dello scorso anno in piazza dei Signori per sostenere le donne vittime di violenza
La maxi coperta dello scorso anno in piazza dei Signori per sostenere le donne vittime di violenza
La maxi coperta dello scorso anno in piazza dei Signori per sostenere le donne vittime di violenza
La maxi coperta dello scorso anno in piazza dei Signori per sostenere le donne vittime di violenza

«No alle minimizzazioni, sì al cambiamento, all’educazione, perché siamo tutti corresponsabili». Brian Vanzo, rappresentante Cuav presso la Regione Veneto e presidente dell’associazione Ares, da anni punto di riferimento provinciale per gli uomini che hanno usato violenza fisica, psicologica, sessuale, o che si sono resi responsabili di stalking, dopo l’ennesimo femminicidio, il 106esimo dall’inizio dell’anno, non ha dubbi sulla necessità di interventi a tutti i livelli. 

Siamo tutti corresponsabili

«Credo che quella di Giulia sia una vicenda sconvolgente: l’orrore che ha rivelato si annida nelle trame della nostra quotidianità, e pertanto risulta ancora più inquietante. Ma trovo che, nello strazio del dolore, si stia facendo strada una consapevolezza nuova, incontrovertibile: l’amore non può mai essere confuso con il controllo - spiega il presidente-. Dobbiamo capire che siamo tutti corresponsabili di quanto accade: possiamo fare qualcosa solo insieme, ed è la strada dei protocolli di rete e dei tantissimi progetti di prevenzione e sensibilizzazione attivi sul nostro territorio. Ma soprattutto dobbiamo contrastare una mentalità della minimizzazione, perché tutta la violenza comincia dai piccoli atteggiamenti, da comportamenti che vanno riconosciuti nel loro sorgere come soverchianti e perciò sbagliati nei confronti delle donne». 

Il controllo sulla donna

Il femminicidio, insomma, è l’esito di un cammino che inizia da molto lontano. «Di fondo è espressione di una convinzione radicata nel maltrattante/omicida, e cioè che la donna non possa avere una autonomia senza di lui; contemporaneamente c’è in lui la sotterranea convinzione di potersi realizzare come persona solo con la presenza e la conferma della propria partner. Dobbiamo pertanto educare all’accettazione della diversità, al rispetto assoluto dell’alterità e della ricchezza di cui l’altra è portatrice».

L'associazione Ares

«Purtroppo chiedere aiuto - spiega - significa accettare la propria fragilità: la violenza è invece l'affermazione distorta di una onnipotenza illusoria che vede nella vulnerabilità un pericolo. Dobbiamo sempre più normalizzare l'accesso a percorsi che aiutino alla consapevolezza e alla responsabilizzazione dei propri comportamenti».

Per questo l’associazione Ares non si occupa più solo del “dopo”, ovvero dei percorsi di ascolto e cambiamento che seguono le violenze, ma punta anche ad evitare i reati sessuali “disinnescando”, appunto, gli impulsi. «La prevenzione è fondamentale e grazie al nuovo servizio - ha aggiunto Vanzo - cerchiamo di far leva sulla consapevolezza e puntiamo quindi ad offrire gli strumenti e lo spazio dove poter ricostruire le relazioni in modo diverso».

Necessario un cambiamento a tutti i livelli

Brian Vanzo conclude insistendo sulla necessità di un’azione “collettiva”. «Non è la famiglia, singola, spesso isolata, la sola a dover fare qualcosa. Dobbiamo cambiare tutti: accettare che l’educazione è una vicenda che ci coinvolge tutti, e che non possiamo mai girare la testa dall’altra parte quando vediamo comportamenti aggressivi o irrispettosi; che la violenza si argina insieme riconoscendola e cambiando le dinamiche delle relazioni. Come tecnico mi permetto di dire che incoraggiare i comportamenti competitivi, insistere per l’affermazione a tutti i costi (a scuola, nello sport o sul lavoro), non aiutare a riconoscere la fragilità personale come un valore da accogliere sono l’atmosfera dove poi si generano atteggiamenti prevaricatori. Dobbiamo aiutare le nuove generazioni ad accettare i propri fallimenti come momento di integrazione e di crescita, e aiutare i giovani maschi a saper stare un po’ più soli con se stessi». 

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