Fondazione Zoè

Vivere con Mr Parky
ha liberato in me
risorse inaspettate

Il filosofo Andrea Bonomi ospite della Fondazione Zoé
Il filosofo Andrea Bonomi ospite della Fondazione Zoé
Intervista al filosofo Andrea Bonomi

VICENZA. Forse il segreto di Andrea Bonomi è la sua contagiosa autoironia. Quando, autografando il suo libro, riesce a dire «Una dedica un po’ tremolante», non può che strappare un sincero sorriso misto a grande ammirazione. Perché di ammirazione si tratta, per un uomo, un filosofo, che ha saputo affrontare una malattia neurodegenerativa in modo del tutto diverso, reinventandosi e mettendosi a confronto con una nuova identità. Bonomi è professore universitario in pensione (è stato docente di filosofia del linguaggio e di semantica dei linguaggi naturali, autore di molti libri e articoli scientifici) quando gli viene diagnosticato il Parkinson. Da quel momento la sua vita cambia drasticamente, come lui stesso ha raccontato durante la presentazione del libro “Io e Mr Parky” (Bompiani) alla nona edizione di “La mente in salute” della Fondazione Zoé. Lo scrittore, intervistato dal giornalista Michele Farina, ha incantato il pubblico ieri sera a Palazzo Bissari, sede della Fondazione.

Un filosofo che diventa romanziere, com’è successo?

Ero un filosofo. Poi la malattia mi ha costretto a cambiare mestiere. Le fortune sono state due: da un lato ero già in pensione, dall’altro il fatto di essere avanti con gli anni ha fatto sì che il Parkinson progredisse più lentamente. In ogni caso c’è stato un momento in cui non mi ritrovavo più nelle formule astratte. Ma se sette anni fa, tenendo presente che ho scoperto la malattia nel settembre 2010, mi avessero detto che avrei scritto un romanzo… Non ci avrei mai creduto. Il Parkinson ha liberato risorse personali inaspettate.

Ma il suo non è un caso isolato, nel libro parla di Anne Adams.

Lei era una biologa canadese con un’afasia primaria progressiva. A 51 anni ha sentito la necessità di descrivere visivamente il “Boléro” di Maurice Ravel. Quel dipinto è diventato la copertina del mio libro e la cosa sorprendente è che le note e il ritmo della musica sono rappresentati con un senso logico tramite colori e simboli. Ma c’è di più: non solo è molto probabile che Ravel abbia avuto la stessa demenza progressiva di Anne Adams, demenza che gli tolse gradualmente la capacità di parlare, scrivere e suonare, ma compose il Bolero esattamente a 51 anni. Si dice che questa malattia porti ad avere un momento di picco massimo di creatività prima di degenerare; ecco, credo che i miei romanzi siano frutto di una liberazione di idee e capacità dovuta al Parkinson.

Oltre a “Io e Mr Parky” è già in cantiere un’altra opera?

Sì. Questa volta si tratterà di un romanzo vero e proprio che parla di un sentimento a me molto caro: la vergogna. S’intitolerà “Sentimenti di prorompente vergogna”, ma non so ancora quando verrà pubblicato perché scrivo molto lentamente e di notte.

Perché dice che è un tema a lei caro?

Ho scoperto la mia malattia rendendomi conto che, mentre ero in metropolitana, una persona osservava il tremore della mia mano destra; ho provato vergogna e inconsciamente l’ho mascherato fingendo di tamburellare di mia volontà un motivetto. Da allora ho perfezionato almeno cinque modi di tamburellare e con i medici scherziamo sulla possibilità di scriverci un breve trattato.

Torniamo a “Io e Mr Parky”. Come lo descriverebbe?

Direi che è un libro in parte autobiografico e in parte fantasy. Tutto nasce da un dialogo autoironico in cui cerco di dare un’identità a questo Mr. Parky. Poi è un alternarsi di vicende di personaggi, reali o immaginari, ciascuno con la propria storia e la propria voce: una piccola galleria di eroi attraverso cui viene illustrato un atteggiamento “dignitoso” nei confronti della malattia. Una riflessione disincantata. Nelle ultime pagine si legge il famoso dialogo con la malattia stessa, da cui nasce tutto. Mr Myself, alter ego dichiarato, e Mr Parky, la malattia, affrontano attraverso il filtro dell’ironia, i temi inevitabili di sempre: la libertà, il destino e la fragilità del corpo di fronte alle ingiurie del tempo.

Sara Marangon