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28.04.2016 Tags: pronto soccorso , San Bortolo , chat , sfida , gara , Whatsapp , cannula , Vincenzo Riboni , processo disciplinare Ulss , Vicenza

Una sfida folle
sulla pelle
dei pazienti

Un folle gioco sulla pelle dei pazienti del pronto soccorso per infilare gli aghi più grossi. ARCHIVIO
Un folle gioco sulla pelle dei pazienti del pronto soccorso per infilare gli aghi più grossi. ARCHIVIO

VICENZA. Una sfida folle, inquietante, via smartphone, a chi riesce a mettere la cannula più grossa, quella che può essere più dolorosa, nelle vene di pazienti ignari. Vi partecipano due medici e sei infermieri. Lo scenario è il pronto soccorso dell'ospedale di Vicenza. Il primario Vincenzo Riboni scopre la trama, si indigna, individua i responsabili. Il dg Giovanni Pavesi apre otto procedimenti disciplinari. L'avvocato Laura Tedeschi, capo dell'ufficio legale dell'Ulss, formalizza i capi di accusa, ascolta gli imputati ed emette le sentenze. Due sanzioni e sei archiviazioni. Un medico è punito con la censura scritta. Un infermiere con il rimprovero scritto. Prosciolti l'altro medico, una donna, e gli altri 5 infermieri, 3 donne e 2 uomini.

Termina così il “processo” interno ai presunti protagonisti di uno scandalo sul filo di Whatsapp che sarebbe avvenuto nel reparto di urgenza del San Bortolo all'insaputa del primario Vincenzo Riboni, di altri medici e infermieri che ogni giorno svolgono, con passione, dedizione, umanità, spesso con sacrificio, un lavoro di eccellenza per salvare persone in pericolo. Questa la conclusione di una vicenda sconcertante ed enigmatica. Gli otto, che rigettano ogni addebito, avrebbero ideato la gara durante una cena. Si danno come nome “Gli Amici di Maria” e mettono a punto il piano. La sfida è a chi è più “bravo” ad infilare nelle vene dei pazienti in transito per il pronto soccorso aghi e cannule di maggiori dimensioni. Medici contro infermieri. La cannula più larga prende più punti. Fa fede il colore. Arancio la più spessa. Grigia la più sottile. I punti sono dieci. Vince chi ne totalizza di più. Chi mette il cvc, il catetere venoso centrale, fa bingo. Lo score si segna su un tabellone.

Un gioco alle spalle dei pazienti, in spregio a indicazioni cliniche e regole etiche, durante l'orario di lavoro, da trasmettere in diretta su smartphone, in una chat privata, ai componenti del gruppo. La gara clandestina viene a galla perché uno del gruppo, forse preoccupato di un gioco che sta diventando troppo pericoloso, si dissocia e svela la chat segreta. Si scovano i giocatori delle cannule a colori.

Il primario Riboni li convoca, li redarguisce severamente, segnala l'episodio. Il dg Pavesi ordina un'inchiesta. Ed ecco, ora, le sentenze. L' accusa della gara indecente cade per “insufficienza di prove”. Non ci sono strumenti per dimostrare che ci sia stata veramente. Nei verbali del pronto soccorso non si riportano le caratteristiche delle cannule utilizzate, e, nel giorno in cui la partita incriminata si sarebbe giocata sulla pelle di pazienti ignari e scherniti, non arrivano lamentele.

Resta l'imputazione dello “sviamento dall'attività istituzionale” e “dell'uso improprio del cellulare” da utilizzare solo “per emergenze e non per svago come lo scambio di messaggi di dubbio gusto e lesivo della dignità dei pazienti”. E, questo, ancora di più in pronto soccorso, dove la concentrazione deve essere massima. Per la dottoressa e 5 infermieri la partecipazione è solo esterna, in quanto non in servizio nel giorno della gara, per cui non si può irrogare una sanzione, anche se – ammonisce la Tedeschi - “la procedura disciplinare espletata rappresenta comunque un richiamo all'osservanza dei principi di correttezza e rispetto che devono caratterizzare il rapporto fra operatori e utenti” . Condanne, invece, per il medico e l'infermiere che erano in servizio e si sarebbero contesa la vittoria.

Medici e infermieri (i primi assistiti da avvocati e i secondi dal rappresentante sindacale) negano qualsiasi responsabilità. Durante la cena – è la tesi difensiva - si sarebbe solo discusso dell'abilità di medici e infermieri di incannulare le vene, mentre i messaggi avrebbero avuto tono scherzoso e goliardico. Insomma – si scagionano - niente gara. Ma il sospetto resta. Troppo serrati i dialoghi perché la gara non appaia vera. Ma già solo le frasi scambiate sugli smartphone sconvolgono. I pazienti sono sacri.

Franco Pepe
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