I presidenti a Vicenza

Saragat con il Lane. Penna nera a Cossiga. Napolitano e la grande alluvione

Accoglienza da star e bagno di folla per Sandro Pertini nel 1984 a Vicenza
Accoglienza da star e bagno di folla per Sandro Pertini nel 1984 a Vicenza
Le visite dei presidenti della Repubblica a Vicenza

Alla radio la voce di Nilla Pizzi canta "Vola colomba" quando il primo presidente della Repubblica fa tappa a Vicenza. È il 1952, la città si sta rimettendo in piedi dopo le ferite profonde della seconda guerra mondiale. Luigi Einaudi, il liberale che votò per la monarchia al referendum del 1946, partecipa a un convegno organizzato dalla Banca popolare in memoria dell'economista Luigi Luzzatti. Non si trattiene molto, giusto il tempo di salire a Monte Berico per ascoltare la messa. Quella di Einaudi è la prima di una serie di fotografie in bianconero dall'album dei ricordi di un'Italia e di una Vicenza che non ci sono più.

All'epoca i presidenti arrivavano in treno, proprio come Giovanni Gronchi, che viaggia a bordo di un convoglio spinto da un locomotore bardato di drappi tricolori, battezzando la linea Milano-Venezia appena elettrificata. Viene accolto in stazione dal sindaco Giuseppe Zampieri nel febbraio '57 e scortato da un giovane Mariano Rumor, sottosegretario all'agricoltura, in una piazza dei Signori gremita a cui fa da sfondo una Basilica palladiana annerita dalla fuliggine. Gronchi tornerà quattro anni dopo per inaugurare la direttissima Arsiero-Tonezza, scavata nella roccia del Cimone.

Antonio Segni si presenta nell'agosto del '62 per una visita in forma privata, arrivando da Abano, dove si era sottoposto a un ciclo di cure termali. Le foto lo ritraggono a Monte Berico, dove farà tappa al museo del Risorgimento e a villa Valmarana.

Nel centenario dell'annessione del Veneto all'Italia, Giuseppe Saragat compie un tour che lo porta a Bassano e Vicenza nel marzo '66: i Beatles sono i re d'Inghilterra, Mina è la regina d'Italia e il suo trono è la Basilica palladiana, dove si esibisce in un memorabile concerto. In municipio gli viene presentato il Lanerossi di Luìs Vinicio.Il padrone di casa è il sindaco Giorgio Sala, che di lì a qualche mese dovrà combattere la battaglia più dura nella notte più lunga: l'alluvione.

E sarà sempre Sala a dare il benvenuto a Giovanni Leone, in visita nel 1973 con la moglie Vittoria e i figli. L'occasione è una mostra su Palladio in Basilica, dove sarà introdotto da Renato Cevese. Agli annali passeranno le fotografie del corteo presidenziale, con automobile decapottata e motociclisti in corso Palladio.

Undici anni dopo l'abbraccio dei vicentini e dei bassanesi sarà riservato a Sandro Pertini, accolto come una pop star nel cuore dei colorati anni Ottanta. A Palazzo Trissino il presidente partigiano racconta al sindaco Antonio Corazzin di essere stato di casa da ufficiale del regio esercito durante la Grande guerra, quando in moto correva su un altro colle, Monte Berico, per trasmettere gli ordini del generale Pecori Giraldi.

Un frequentatore assiduo di Vicenza si rivelerà Francesco Cossiga. La sua prima volta da presidente è nell'ottobre '86, quando nel tour tra musei e monumenti gli viene persino chiesto di firmare autografi. Farà tappa anche a Valdagno per i 150 anni della Marzotto. Tornerà per i funerali di Mariano Rumor, amico e compagno di partito nella Dc: rivelerà di essergli debitore per la scelta di impegnarsi in politica. L'ultima apparizione sarà con la penna nera per l'adunata degli alpini, nel maggio '91, accanto a un giovane primo cittadino, Achile Variati: è già il "Picconatore", la Prima repubblica sta per tramontare.

Una visita che esibì in primo piano gli scopi apertamente politici fu quella di Oscar Luigi Scalfaro, che appese alla bandiera della città la seconda medaglia d'oro: dopo la prima per il ruolo nel processo risorgimentale verso l'Unità d'Italia, il riconoscimento del valore della Resistenza e della guerra partigiana. L'anno era il 1995, in piena transizione tra Prima e Seconda repubblica.

Siamo in piena Seconda repubblica quando Carlo Azeglio Ciampi con la moglie Franca saluta i sindaci in Basilica e i vicentini al mercato: è il 1999, il secolo breve è agli sgoccioli, alla radio Ligabue canta "Una vita da mediano".

Nessuno, tuttavia, ha avuto il peso specifico di Giorgio Napolitano nel rapporto con Vicenza. La sua mano entrò nella carne viva della storia della città in due crocevia decisivi: l'affaire Dal Molin e la grande alluvione di Ognissanti. A "re" Giorgio si appellò il sindaco Achille Variati nel novembre 2010, mentre l'acqua marrone invadeva piazze e contrade. E lui rispose, indossando la pettorina gialla degli "angeli del fango" per dire loro grazie in piazza Matteotti, epicentro dello tsunami. Fu nei primi mesi dopo la sua ascesa al Colle che Napolitano giocò una partita strategica per il futuro di Vicenza: per uno strano scherzo del destino, il primo presidente venuto dal partito comunista schiuse le porte della caserma americana nell'ex aeroporto ricordando al centrosinistra al governo i patti sottoscritti dopo la guerra. Nel settembre 2008, al Palladio Museum per i 500 anni del grande architetto, sottolineò che gli interessi locali avrebbero dovuto bilanciarsi con la ragion di Stato.

Di poche parole è sempre stato Sergio Mattarella in ognuna delle sue tre missioni beriche. La prima per rendere omaggio dal palco del teatro Olimpico a Mariano Rumor nel 2015. La seconda per ricordare il centenario della prima guerra mondiale, dal palcoscenico tra natura e storia dell'Altopiano, nel maggio 2016. La terza in occasione del congresso nazionale dell'Anci, l'associazione dei Comuni italiani, dal palco della Fiera nel 2017.

 

Gianmarco Mancassola