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09.10.2015

Sparò a due ladri
5 anni a Mattielli
Risarcirà i nomadi

La manifestazione del 2012 con la fiaccolata
La manifestazione del 2012 con la fiaccolata

Cinque anni e quattro mesi di reclusione. Quasi 10 anni dopo la sparatoria, arriva la mano pesante della giustizia per Ermes Mattielli. Ieri sera, dopo un’ora di camera di consiglio, il collegio presieduto da Gianesini (giudici Maria Trenti e Rizzi) ha ritenuto l’ex artigiano di Arsiero responsabile del duplice tentato omicidio volontario dei nomadi Blu Helt, all’epoca di 28 anni, e Cris Caris, 22. Il procuratore Cappelleri aveva chiesto 5 anni e 3 mesi, mentre la difesa, con l’avv. Maurizio Zuccollo, aveva reclamato l’assoluzione. L’imputato dovrà inoltre risarcire le due vittime con 135 mila euro di provvisionale immediatamente esecutiva, mentre la cifra complessiva sarà valutata dal giudice civile, visto che le lesioni subite erano state gravi. «’Ndo vado torli i schei», si è lasciato sfuggire amareggiato l’imputato.

LA SPARATORIA. È un caso, quello che coinvolge il rottamaio Mattielli, 62 anni, invalido civile di Arsiero, assai noto e dibattuto, che negli anni ha suscitato un vespaio di polemiche. La sera del 13 giugno 2006 l’artigiano, esasperato dai continui furti, sparò ai due ladruncoli. In primo grado, a Schio, era stato condannato ad un anno per lesioni, ma il procuratore aveva presentato ricorso in Appello. E i giudici di secondo grado avevano accolto l’istanza dell’accusa pubblica e privata - con il procuratore generale Calogero e l’avvocato di parte civile Andrea Massalin - e avevano riqualificato l’ipotesi di reato. Un tentativo di omicidio dei due giovani che avevano cercato di rubare nel deposito di Scalini di Arsiero, e che erano stati colpiti da 14 colpi di pistola dalla vittima del furto. Ai due nomadi erano stati inflitti 4 mesi, qualche tempo dopo, per il tentativo di furto. Uno di loro era incensurato.

IL RICORSO. Per il pubblico ministero Severi, che aveva seguito le indagini, il comportamento di Mattielli configurava il reato di lesioni, con eccesso colposo di legittima difesa. Per il procuratore Cappelleri invece era un fatto più grave; ragion per cui, vista la diversità di opinioni, è stato il capo dell’ufficio a rappresentare la pubblica accusa in aula. Il processo era pertanto ripreso da zero, dopo l’intervento della corte veneziana, e si è celebrato a Vicenza.

LA DIFESA. L’avvocato di Mattielli ha sempre sostenuto che in realtà l’imputato non aveva alcuna intenzione di uccidere e che tutto faceva ritenere essersi trattato di un esercizio legittimo di difesa. Ma già il giudice di primo grado aveva osservato che la legge appena introdotta al momento dei fatti incideva solo sulla proporzione tra difesa e offesa, quando i ladri violano sì il domicilio, ma non vi è da parte loro desistenza e c’è un pericolo di aggressione. Allora l’uso dell’arma è giustificato. Ma in questo caso, in base alle risultanze del processo, Mattielli ha inseguito i due intrusi che cercavano di fuggire e una volta che li aveva messi nel mirino li aveva ripetutamente centrati. Per la difesa se avesse voluti ammazzare avrebbe potuto farlo, ma si fermò: voleva solamente evitare che scappassero con la refurtiva. È facile immaginare che l’avv. Zuccollo proporrà ricorso in Appello contro la sentenza, una volta lette le motivazioni. Mattielli si è sempre ritenuto un «perseguitato dalla giustizia», ed aveva deciso di scegliere il processo pubblico, e non il rito abbreviato.

IL PROCURATORE. «Noi ci basiamo sulla legge - ha detto ieri durante la requisitoria il procuratore capo Antonino Cappelleri -, che valuta il comportamento dell’imputato tenendo conto del fatto che il bene che lui voleva tutelare, dei pezzi di ferro e rame, non ha un valore paragonabile per la norma a quello della vita umana di due persone. Il tentato omicidio è la corretta qualificazione giuridica per quanto avvenuto quella sera». Il capo della procura vicentina ha sottolineato che compito del magistrato è seguire la norma in vigore e non il sentimento della pubblica opinione.

«UN LINCIAGGIO». L’avv. Massalin, che tutelava i due giovani nomadi, sottolinea che la legge è legge, e che quanto avvenuto, come avevano già detto la procura generale, la corte d’Appello e da anni lo stesso Cappelleri, «non è legittima difesa». «È stato un tentativo di linciaggio, con l’imputato che ha perso totalmente il controllo per alcune decine di secondi. Mentre i due erano a terra, li ha centrati con le prime fucilate e quindi li ha colpiti a ripetizione su tutto il corpo, urlando “bastardi vi ammazzo”. Ha cercato di ucciderli, per vendicarsi del furto subito. No, non c’è soddisfazione, ma questa è una sentenza giusta».

Diego Neri
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