Sanità

Sos medici di famiglia. Ulss 8: ne mancano 86 per 129 mila vicentini

Mancano 86 medici di base. Oggi, nell’Ulss Berica, ne restano 358: 250 nel distretto est, fra Vicenza e i Comuni dell’hinterland; 108 a ovest, da Montecchio a Recoaro. Calcolando per ognuno un carico di 1500 assistiti, significa che 129 mila vicentini su circa mezzo milione, oltre il 25 per cento della popolazione, in questo momento sono senza medico di famiglia, non hanno vicino a casa un camice bianco di fiducia a vegliare sulla propria salute e sono costretti a emigrare in altre zone della città, in altri Comuni, a fare chilometri, ad accumulare disagi, per trovare asilo in ambulatori dove sono perfetti sconosciuti. La prima a piangere in città come quartiere orfano di medico di base fu Bertesinella. Ultime in ordine di tempo, nella mappa dell’Ulss, le migliaia di famiglie che vivono a Torri di Quartesolo e a Pojana. Nei prossimi mesi, è già scritto, la crisi aggredirà tutta la Riviera Berica. Per gli anziani, larga massa di questo esercito di nomadi della sanità, è un disastro. 
Fra no-vax, no-green pass, rumorosi, violenti, che continuano ad occupare piazze, cronache e scene da giorni, raccontando bufale e sciocchezze in nome di una presunta libertà personale che null’altro è che arbitrio egoista e oltraggio al senso di comunità, le vere vittime silenziose di uno scandalo che non interessa a nessuno sono loro. L’emorragia rimarrà inarrestabile almeno fino al 2023. Nei prossimi 2 anni, fra pensionamenti, rinunce, ricambi che non ci sono, mancherà un’altra trentina di medici. E, siccome i guai non arrivano mai da soli, mettiamoci anche il fatto che i giovani non sono attratti da questo lavoro, non amano più indossare la divisa di medico di base. Non occorre scomodare Cassandra per immaginare conseguenze drammatiche. Il territorio rimarrà sguarnito. La gente si riverserà sul pronto soccorso, già adesso inondato da una domanda di 250 accessi quotidiani, e «l’ospedale – dice il primario Francesco Corà con una immagine che rende l’idea - verrà sommerso da uno tsunami oggi alto 3 metri che si alzerà fino a 20». 
Sono le 19.30 passate e Giampietro Stefani, medico di base e segretario provinciale della Fimmg, il sindacato dei medici di medicina generale, sta completando al computer il piano terapeutico per l’ultimo paziente del giorno. Per lui non ci sono dubbi: «È il fallimento della programmazione nazionale e regionale». Stefani accusa Roma e, soprattutto, Venezia: «Hanno disatteso del tutto le nostre richieste negli ultimi 10 anni. Hanno previsto un numero di borse di studio per la medicina generale tecnicamente inferiore alle esigenze. Il Veneto è la Regione che ha sempre chiesto meno delle altre, che si è tirata indietro. Ho sentito io in persona una funzionaria dire che 50 borse all’anno erano troppe, che andavano bene 25. E adesso ci sono Regioni che stanno meglio di noi». Molti dei medici di base di oggi sono entrati in ruolo dopo la riforma Bindi nei primi anni 80, hanno più di 40 anni di servizio e i sostituti latitano. Le cause di questa disaffezione verso un lavoro che faceva in passato del medico condotto, e poi del medico di base, una figura centrale nella nostra vita, sono più di una. «C’è il neolaureato – spiega Stefani - che nel triennio della specializzazione cambia strada. Ma è il nostro contratto fermo da 15 anni a far scappare. Non è più appetibile, e i nostri colleghi giovani pensano ad altro. Le Usca, ad esempio, offrono buone retribuzioni ed attraggono». Cosa fare ? «Con la direzione dell’Ulss - dice Stefani - stiamo cercando soluzioni, ma restano palliativi». Una toppa, una extrema ratio, potrebbe essere l’estensione del massimale da 1500 a 1800 assistiti. «Sarebbe fuori della norma, ma in condizioni disperate si può fare anche questo». Un numero del genere renderebbe, però, ancora più insostenibile la vita del medico di base, ormai stritolato dalla burocrazia, dai tetti di spesa, dal taglio delle prescrizioni, e stretto nella morsa di incombenze che la pandemia da Covid ha portato all’eccesso, fra tamponi, vaccini, tracciamenti. Il sistema affoga. «Capisco chi fa marcia indietro – ammette Stefani con amarezza -. Se vogliamo uscirne meno burocrazia, un certo tipo di retribuzione e di organizzazione».

 

Franco Pepe