Vicenza

Saluto fascista, 5 condannati. Dovranno risarcire i partigiani

Una manifestazione di nostalgici del fascismo con il saluto romano (Foto Archivio)
Una manifestazione di nostalgici del fascismo con il saluto romano (Foto Archivio)
Una manifestazione di nostalgici del fascismo con il saluto romano (Foto Archivio)
Una manifestazione di nostalgici del fascismo con il saluto romano (Foto Archivio)

Fare il saluto romano è un reato e vale la condanna. Lo ha stabilito ieri pomeriggio il giudice Luigi Lunardon, che accogliendo in gran parte le richieste del pubblico ministero Mariaelena Pinna ha inflitto un mese di reclusione e 120 euro di multa (pena sospesa) a 5 vicentini, prosciogliendone altri due ma per la particolare tenuità del fatto. E, circostanza tutt’altro che consueta, li ha condannati anche a risarcire l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, che si era costituita parte civile: dovranno pagare 3.400 euro di spese legali, mentre l’importo sarà quantificato in un secondo momento dal tribunale civile.

Responsabili di aver violato la legge Mancino del 1993 sono stati Domenico “Mimmo” Obrietan, 74 anni, residente a Sovizzo, figura storica dei movimenti della estrema destra vicentina, ex segretario provinciale de “La destra”; Gianluca Deghenghi, 51 anni, di Vicenza, del Movimento Italia sociale della città; Natale Riccobene, 56, di Montecchio Maggiore; il genovese Andrea Viganò, 73; e infine Doriano Broccardo, 71, di Santorso. Prosciolti Giorgio Caprin, 73, di Trissino, e Luca Busato, 50, della città. Erano tutti assistiti dall’avv. Maurizio Pasqualon, che ricorrerà in Appello. L’Anpi invece era tutelata dall’avv. Antonio Giambrone. 

Prima la pubblicazione del necrologio, e poi il rosario davanti al cimitero maggiore in ricordo di Benito Mussolini, il 28 aprile di 4 anni fa, in occasione dei 74 anni dalla sua morte. Per quelle commemorazioni, erano stati denunciati in 7 per apologia di fascismo, vietata da una norma del 1952, e rimarcata nella norma del 1993. Il ricordo del Duce e le contrapposizioni politiche ed ideologiche del secolo scorso pertanto continuano dunque a far discutere in tribunale. Il pm era stata informato da una relazione della Digos, che aveva identificato i sette durante il momento di preghiera davanti al cimitero, e da un esposto firmato dall’Anpi provinciale, che aveva sostenuto come nel necrologio c’era «l’esaltazione del principale esponente del fascismo»; quella organizzata dalle associazioni “Continuità ideale Rsi” e “Famiglie e caduti dispersi Rsi” non era la memoria di un defunto, ma una «manifestazione apologetica del fascismo». Di qui l’ipotesi di apologia, che come noto - piaccia o meno - è vietata dalla norma. Per il magistrato nella riunione pubblica «si compivano manifestazioni esteriori ed ostentavano emblemi e simboli riconducibili al disciolto partito fascista».

Il ritrovo era stato preceduto dalla pubblicazione, con la scritta «sei sempre nei nostri cuori», che dava conto del momento di preghiera che era stato monitorato dagli agenti del vicequestore David De Leo. In questa occasione, rispetto al passato, la commemorazione aveva violato la legge, perché «l’organizzazione politica perseguiva finalità vietate in quanto connotata da valori politici di discriminazione razziale e di intolleranza». «L’esperienza dimostra - aveva scritto l’Associazione nazionale partigiani d’Italia - come sovente in manifestazioni pubbliche come quella convocata al cimitero vengano tenuti comportamenti indirizzati ad esaltare esponenti, principi, fatti e metodi del fascismo». Caprin avrebbe esposto la bandiera della Repubblica sociale italiana; gli altri, al grido di “camerati attenti”, seguito da “camerata Benito Mussolini”, ripetuto per tre volte, avevano risposto “presente”, facendo il saluto romano. 
I 7 si sono difesi, rimarcando la loro innocenza; ma per il tribunale i fatti sono stati compiuti e rappresentano un reato, che come tale va condannato. 

 

Diego Neri