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28.09.2016

L’Ulss attacca
e scarica Riboni
«Accuse false»

Uno scorcio del pronto soccorso dell’ospedale San Bortolo. ARCHIVIO
Uno scorcio del pronto soccorso dell’ospedale San Bortolo. ARCHIVIO

Deciso, determinato, a tratti anche duro, come non si era mai visto. «È la prima e ultima volta che mi vedrete fare una comunicazione del genere». Così Giovanni Pavesi nella conferenza organizzata ieri all’improvviso. Il direttore generale sperava – dice – che il caso-Riboni si fosse placato. «Ma ora - precisa attento a non usare parole fuori posto – l’inattesa riesumazione costringe l’Ulss ad abbandonare il profilo basso fin qui seguito su una vicenda che non avrebbe meritato l’enfasi e lo spazio ricevuti».

Davanti all’ospedale ci sono inviati di tv e quotidiani nazionali. La nuova ondata mediatica riaccende i riflettori su una querelle che infiamma il San Bortolo da mesi. La gara degli aghi ripropone il dilemma fra colpevolisti e innocentisti, e Pavesi scende in pista – spiega - per spegnere le chiacchiere e mettere in chiaro le motivazioni «oggettive» che hanno portato alla sanzione a carico del primario del pronto soccorso. La sensazione è che ormai lo strappo sia insanabile. «A noi interessano i pazienti - afferma Pavesi -. Dobbiamo garantirli. I reparti appartengono a loro, non ai primari. Sono molto infastidito dalle ultime uscite su questa storia che hanno trasmesso una ricostruzione lontana dalla realtà».

Il dg ripercorre di nuovo la vicenda: «Abbiamo ricevuto una denuncia scritta da parte del primario del pronto soccorso in cui si segnalavano fatti che apparivano molto gravi. Le indagini effettuate, oltre che da noi, dai Nas e dalla Regione, non hanno però rilevato alcun elemento probatorio. Abbiamo allertato anche la procura. E neppure la minima denuncia da un paziente. L’unica cosa emersa, la dichiarazione con cui Riboni attribuiva ad alcuni operatori ammissioni di colpa che vengono invece smentite da un file registrato. A questo punto un procedimento era inevitabile».

La dialettica di Pavesi è impetuosa: «Nessuna volontà persecutoria, nessun intento di infangare. Riboni ha raccontato il falso e non potevamo agire diversamente. Ci siamo mossi coscienziosamente, in buona fede, e, ripeto, non da soli. Qualche altro primario in passato è stato sanzionato e non ha avuto un atteggiamento irrispettoso nei confronti dell’azienda, della Regione e, perciò, anche della gente. Siamo noi che non vogliamo che si getti fango sull’azienda. Qui ci sono 4 mila dipendenti che presto con l’aggregazione di Arzignano diventeranno 6 mila. I vicentini siano tranquilli. Vogliamo assicurare trasparenza ed equanimità senza pregiudizi, prevaricazioni, vendette interne». Il dg non dimentica neppure i protagonisti della presunta sfida a colpi di siringhe. «Caduta la previsione penale resta la questione deontologica. Siamo tutti d’accordo. Per questo abbiamo trasmesso le carte agli Ordini professionali. Abbiamo comunque ritenuta inopportuna la loro presenza in pronto soccorso. Gli infermieri sono stati tutti trasferiti. Dei due medici, che erano in prova, uno si è dimesso e l’altro è stato confermato dallo stesso Riboni. Spero ora di avere un’azienda in cui non ci siano più infermieri e medici che scrivano cose del genere», conclude.

Franco Pepe
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