Fondazione Zoé

L’intelligenza
non è soltanto
questione di mente

Incontro con il matematico Piergiorgio Odifreddi
Piergiorgio Odifreddi protagonista ieri sera dell’anteprima di “Vivere sani, vivere bene”
Piergiorgio Odifreddi protagonista ieri sera dell’anteprima di “Vivere sani, vivere bene”
Fondazione Zoè: incontro con Piergiorgio Odifreddi

VICENZA. Ci salveranno gli animali. O meglio, l’intelligenza animale, intimamente connessa alla corporeità. «Le macchine sanno imitare bene la mente, meno bene il corpo», sostiene il matematico Piergiorgio Odifreddi. Bisogna quindi ribaltare il preteso rapporto di subalternità del corpo rispetto alla mente: «Il livello più alto non è l’intelligenza umana, è quello che faccio in maniera inconscia, le percezioni. Il corpo è molto più complesso di quanto un tempo si pensasse». Questa la conclusione a cui Odifreddi, divulgatore scientifico tra i più noti, giunge dopo una densa - e come di consueto brillante - dissertazione sulla possibilità e sulla nascita dell’intelligenza artificiale, e sul suo confronto con quella umana. La conferenza, davanti a un ridotto del teatro comunale tutto esaurito, ha fatto ieri sera da anteprima alla nona rassegna “Vivere sani, vivere bene” della Fondazione Zoé.

 

Professore, arriveremo al punto in cui l’intelligenza umana abdicherà in favore di quella artificiale?

Non finché sarà l’intelligenza umana a costruire quella artificiale. È prepararsi gli eredi. Succede lo stesso con la regina Elisabetta: ha preparato tutto per la propria successione, ma intanto non abdica.

 

La tecnologia si sta però avvicinando a fare cose simili all’intelligenza dell’uomo.

Sicuramente, anzi in tanti campi c’è già stato il sorpasso. Penso ad esempio agli scacchi, da vent’anni ormai ci sono computer che sanno giocare come e meglio degli uomini. Ci sono campioni del mondo che vengono battuti dai computer. Anzi, ci sono tornei di scacchi giocati solo da programmi. E, del resto, le auto sono più veloci degli uomini già da molto tempo.

 

Non teme che i programmi prendano il sopravvento?

Siamo propensi a farci travolgere dalla tecnologia, che indubbiamente fa molte cose utili. Ma non mi pare uno scenario di paura, piuttosto di fastidio. Con la tecnologia la vita è diventata da una parte molto più facile, ma dall’altra più difficile. È così anche per la televisione. Potrebbe essere uno strumento meraviglioso di apertura mentale, invece è spesso un luogo dove... si tira l’acqua. E c’è il rischio che la tecnologia vada a favore solo di qualcuno, una piccola porzione della popolazione mondiale, in verità, circa 700 milioni su 7 miliardi. È vero che poi queste cose si diffondono nella società. Ma pensiamo a com’era guidare dieci anni fa, senza il navigatore. Quando arrivavano le guide del telefono, insieme c’era la mappa della città. Adesso queste cose fanno ridere. Ma se ci si spegne il navigatore siamo completamente perduti. E ci chiediamo come facevamo a orientarci.

 

Ci sono strategie per non lasciarsi condizionare da queste tecnologie?

Quelle più pericolose sono quelle più subdole, che non si vedono. Chiunque di noi usa i social, sa che se si mette a parlare che è morto un parente, cominciano ad arrivare pubblicità sulle pompe funebri. Siamo controllati dalle macchine, dà fastidio, ma sono anche molto utili. C’è il rischio, sì, che possano prendere il potere. L’unica consolazione è che per ora, ma non so fino a quando, le macchine non costruiscono le macchine. Sono gli uomini che costruiscono le macchine, per cui in teoria uno potrebbe spegnerle, evitare di farle funzionare. Però molti scrittori di fantascienza si sono divertiti a immaginare questi scenari in cui uno cerca di spegnerla, e la macchina non si spegne più.

 

Lei ha avuto modo di visitare la mostra su Van Gogh in Basilica palladiana, cosa ne pensa?

Straordinaria, meravigliosa, abbiamo avuto il piacere di seguirne l’apertura con il curatore. Sembrava di essere quasi con Van Gogh. O con il fratello, perlomeno.

Gianmaria Pitton