Il virus nel Vicentino

Jesolo, ma anche Asiago: contagi da mari e monti, centinaia in quarantena

Non è proprio il triangolo maledetto delle Bermude, quella fetta di oceano che, secondo strane leggende e credenze costruite nella seconda metà del secolo scorso, nasconderebbero misteri, sparizioni, relitti, pericoli e sciagure. Ma un triangolo diabolico, sotto l’aspetto dei contagi si sta rivelando quello, sulla costa adriatica, che unisce i lidi vacanzieri e le movide notturne di Jesolo, Caorle e Lignano. Stessa spiaggia, stesso mare, stesso virus, anzi stessa variante di matrice indiana, quella battezzata Delta. 

 

È dalle tre capitali dell’estate, due venete e una friulana, da sempre frequentate dai villeggianti vicentini, che arriva alle giovani specialiste del nucleo-Sisp dell’Ulss Berica dislocato nell’ex seminario agli ordini della direttrice Teresa Padovan il maggior numero di nuovi casi di Covid. Soprattutto giovani, dai 17 ai 21 anni, reduci da alberghi, camping, discoteche, bar, da feste e festini, da assembramenti e compagnie ravvicinate senza mascherine. Tornano malati. Con sintomi spesso pesanti. Febbre e tosse in particolare. Poi, nella black list, ecco Asiago. Fuori regione molti vicentini contagiati anche in Toscana e in Sardegna. E, poi, c’è l’estero da sorvegliare. Sos in arrivo per positività rilevate innanzitutto dalla Spagna, terra del sole, dell’allegria, ma anche nido di infezioni. E ci sono da controllare nuovi casi di vicentini di ritorno attaccati dalla pandemia in Germania. Il telefono squilla in continuazione sulle scrivanie di Cristina Simonato e Lucia Pivotto, la prima, con contratto a tempo determinato, neolaureata in medicina in attesa di entrare in specialità e il sogno sarebbe endocrinologia, la seconda assistente sanitaria assunta full time. Il lavoro è senza tregua, la matassa non semplice da sbrogliare, non sempre è agevole dire a tante persone con le valigie fatte, la caparra per l’albergo già pagata, e il biglietto dell’aereo o del treno in mano, che non possono partire, perché sono contatti di pazienti risultati positivi ai tamponi, che devono mettersi in quarantena forzata. Proteste, lamentele, qualche scatto nervoso. Ma le misure sono ferree, rigorose, e vanno rispettate. Anche se si è a posto con il vaccino non si scappa all’isolamento dei 10 fatidici giorni. Uguale difficoltà se c’è da informare chi è appena partito e si trova sulla sabbia, in montagna, o magari a Ibiza o a Malta, che deve mettersi in isolamento per il fatto che 24 ore prima il familiare o l’amico si è preso l’infezione o ha i sintomi. Non solo. C’è da collegarsi con le Asl di altre regioni dove si trovano i contatti dei casi appena scoperti, perché ci sono da programmare tamponi e quarantene. «Se decidono di restare nelle località di vacanza, dobbiamo segnalare i nominativi agli uffici delle Regioni interessate e verranno poi chiamati dai servizi locali». 

 

Le procedure sono laboriose. E sono in aumento per il fatto che a Vicenza continua a salire la curva dei contagi. Ieri una quarantina di nuovi casi, ognuno dei quali si porta appresso una media di 5-6 contatti, e 350 persone in malinconica quarantena in un afoso sabato di fine luglio. Ma i vicentini in clausura sarebbero molti di più se una sconcertante e sempre più diffusa omertà da Covid, la paura di rimanere bloccati, di dover rinunciare alle vacanze e al lavoro, non chiudesse la bocca e facesse tacere la verità. «Alcuni partono perché non sanno di essere a rischio in quanto la risposta ai tamponi fatti alle persone che potrebbero averli contagiati arriva dopo tre giorni. Altri collaborano perché magari hanno già fatto le ferie, non ci perdono soldi, e se ne stanno a casa. Ma molti non parlano perché non capiscono l’importanza di restare isolati o non accettano la quarantena. Ancora più difficile farlo comprendere a chi è vaccinato. Qualcuno riattacca il telefono».  

Franco Pepe

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