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21.01.2016

I kebab superano
le pizze da asporto
Il 51% è straniero

VICENZA. Il cibo d’asporto a Vicenza parla straniero e ha una connotazione sempre più etnica. I kebab sorpassano pizzerie, rosticcerie, gastronomie e friggitorie. Più della metà dei locali “prendi e porti via” è gestita da cittadini immigrati. Un mestiere in espansione, quello dei take away, che piace soprattutto a chi italiano non è.

Lo dicono i dati, aggiornati al terzo trimestre dello scorso anno, forniti dall'Ufficio studi della Camera di Commercio, che nel territorio comunale su 92 locali per la vendita di prodotti alimentari preparati per essere consumati all’esterno del negozio, ne conta 47 gestiti da stranieri (il 51%). Un’incidenza non trascurabile, considerando che a Vicenza la presenza complessiva di immigrati nel commercio al dettaglio, all’ingrosso, nel settore degli alloggi e della ristorazione è del 15%. Su un totale di 4.029 esercizi, infatti, 620 sono a conduzione di cittadini che non sono nati in Italia. La presenza più forte si registra nel commercio al dettaglio (escluso quello di autoveicoli e di motocicli), con 283 vetrine su un totale di 1.410. Mentre i servizi di ristorazione gestiti da cittadini stranieri, tra ristoranti e bar con tavoli per mangiare e attività d'asporto, sono 170. Ed è scomponendo questo numero che il dato sui take away cattura l’attenzione. Se nell’intera provincia sono 131 su 448 (29%) i locali d’asporto dove al di là del bancone c’è un immigrato, è soprattutto in città che il cibo da portar via parla altre lingue. Specialmente il pakistano. Proviene dalla Repubblica islamica dell’Asia meridionale il 22% dei gestori di take away. Tra le nazionalità prevalenti, sempre in città, seguono i bengalesi e i turchi (al 13%), infine cinesi e serbi con il 9%.

A fare la parte del leone, tra i punti vendita d’asporto gestiti da immigrati, sono i kebab. Ma non mancano, anche se in misura minore, le pizzerie al taglio e le rosticcerie. Tutti locali, precisa Confartigianato, che se adibiti solo alla vendita di cibo sono considerati attività artigianali e sottoposti a un regime autorizzativo più snello rispetto a una qualsiasi attività commerciale. Non solo: più ridotta è la gamma dell’offerta nel negozio, minore sarà anche l’intensità dell’investimento. «I take away etnici rispondono alla ricerca di un prodotto economico e veloce da consumare - commenta il direttore di Confcommercio, Ernesto Boschiero -. Sul loro successo, che ha portato ad una moltiplicazione degli esercizi, gioca anche il fattore della curiosità, soprattutto del target giovane». Il fenomeno «va guardato con rispetto - prosegue Boschiero -, purché questi imprenditori rispettino pienamente tutte le regole di un settore, quello alimentare, molto complesso».

A invocare il rispetto delle regole è anche il presidente della categoria Prodotti alimentari vari di Confartigianato, Carlo Zampieri: «La somministrazione, cioè il consumo all’interno, non può avvenire se l’autorizzazione è soltanto per la vendita, altrimenti si fa concorrenza sleale». E davanti al sorpasso dei kebab rispetto alle più tradizionali rosticcerie e gastronomie, riflette: «Purtroppo per una questione di mentalità siamo indietro rispetto a città più grandi, come Milano, dove l’offerta di cibo d’asporto è più varia. Ci sono persino i bigoli o la polenta da portar via». Quando si tratta di «scegliere la qualità», aggiunge Boschiero, i vicentini «sanno a chi rivolgersi», riferendosi a «locali dove è possibile assaporare il patrimonio enogastronomico locale e italiano». «Stanno tornando in auge anche locali che offrono i famosi “cicchetti” - conclude -. Superata l’onda della curiosità etnica, il futuro sta nella riscoperta delle tradizioni nostrane. E alla fine, magari, la percentuali sui take away di oggi potrebbero ribaltarsi, aprendo possibilità di lavoro a tanti giovani».

Laura Pilastro
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