L'alpinista vicentino

Dopo l'impresa a quota 8mila, Vielmo salva un alpinista piombato in un crepaccio

Mario Vielmo
Mario Vielmo
Mario Vielmo
Mario Vielmo

Il rientro dal paradiso è stata una esperienza infernale. Faticosissima, infinita, spossante, piena di pericoli e difficoltà, di insidie ad ogni passo. Le più grandi montagne della terra non concedono mai tregua, complicano la vita di chi le sfida, sia all’andata che al ritorno. Anzi, quasi sempre più spesso proprio al rientro, dopo l’immensa emozione di averne calcato la cima. E il Gasherbrum 1, al confine tra Pakistan e Cina, un colosso alto 8.068 metri che conducono dritti dritti dentro il cielo, non fa certo eccezione. Anche per l’alpinista vicentino Mario Vielmo, giunto in vetta martedì scorso (è stato il suo dodicesimo ottomila), ci sono voluti due giorni interi vissuti ancora una volta al limite delle possibilità umane per fare ritorno al campo base. E porre la parola fine ad un’avventura che ha riservato anche un ultimo, drammatico colpo di scena, risoltosi miracolosamente al meglio grazie alla prontezza di spirito, alla esperienza, alla preparazione e alle capacità della guida alpina vicentina. 

 

IL SALVATAGGIO. È successo a 5600 metri di quota, a poca distanza quindi dal campo base posto a 5000 metri, oasi di salvezza agognata più di ogni altra cosa. I cinque alpinisti capitanati da Mario Vielmo e reduci dalla vetta scendevano legati in cordata sul ghiacciaio terminale. Zaini e gambe pesanti, poco fiato, la testa ormai alla meta e tanta voglia togliersi gli scarponi e le tute di alta quota. Un urlo ha lacerato l’aria. Vielmo che guidava il gruppetto, si è girato verso monte e ha subito intuito cosa fosse accaduto. Un ponte di neve aveva improvvisamente ceduto e un alpinista, un tedesco legato in cordata con la compagna, era finito in un crepaccio. La donna non riusciva più a trattenerlo e rischiava di finire anche lei dentro la spaccatura apertasi nel ghiacciaio. Una scena disperata. Vielmo non ha perso tempo e ha trovato, non si sa dove, nuove energie per risalire il pendio e organizzare, da guida alpina quale è le corrette operazioni di salvataggio. 

 

IL SOCCORSO. Sono stati momenti di grande tensione che il vicentino ha saputo padroneggiare al meglio, evitando che il panico prendesse il sopravvento sugli altri alpinisti, sfiniti, pregiudicando così il buon esito del soccorso. Compiuto in condizioni che più estreme di così non si poteva. «È stata una cosa repentina, inattesa anche se c’era da aspettarselo date le pessime condizioni del ghiacciaio. Il caldo ha aperto crepacci ovunque e reso la neve molle, faticosissima da calpestare. Condizioni che ci hanno obbligato a procedere legati. L’amico tedesco è stato fortunato, ho sentito l’urlo della sua compagna, ero appena cento metri più avanti a loro in cordata con il pakistano Ali e con Flor, l’alpinista peruviana arrivata pure lei in vetta. Ho fatto quello che dovevo fare, è andata bene. In quelle condizioni è stato quasi un miracolo». 

 

IL RITORNO. Vielmo ha riportato il drammatico episodio che lo ha visto protagonista parlando dal campo base all'amico giornalista e alpinista Claudio Tessarolo. Il tono di voce finalmente disteso, il più forte himalaysta vicentino di sempre ha anche ripercorso le varie fasi della salita che gli ha consentito di arrivare a quota 12 ottomila raggiunti in carriera. Un risultato straordinario. «Credo di non aver mai fatto tanta fatica su un ottomila. La parte finale è stata durissima. C’era un pendio stracarico di neve e quindi pericolosissimo da superare, poi una parete di ghiaccio di 50 gradi di pendenza che in discesa abbiamo dovuto ripercorrere arrampicando in libera. Ho rischiato parecchio, lo ammetto. Ma era la terza volta che tentavo di salire questa montagna, non potevo tornarmene ancora a mani vuote…», ha tagliato corto Vielmo. Che ha guidato in vetta altri quattro alpinisti, un pakistano, una peruviana, un rumeno e un tedesco. Vielmo ha accennato poi con Tessarolo anche alla rinuncia di Marco Confortola, con cui aveva condiviso fino a quel momento la scalata, attrezzando metro dopo metro la via di salita. «Eravamo partiti da un’ora appena ed eravamo a 7.700 metri. Marco si è fermato e mi ha detto che non se la sentiva di riprendere, aveva brutti presentimenti. Sono scelte che bisogna rispettare. Gli ho detto che io me la sentivo e che avrei proseguito. Mi è spiaciuto moltissimo che abbia rinunciato e lo ringrazio tantissimo per quello che ha fatto su questa montagna, per il lavoro svolto assieme per posizionare le corde fisse su quasi tutto l'itinerario di salita. Il mio successo è anche merito suo», il commento del vicentino, con questa impresa entrato di diritto nell’Olimpo dei migliori. 

 

I COMPLIMENTI. Il Gasherbrum è considerato infatti la più difficile, da un punto di vista tecnico, tra le montagne più alte della terra. La benedizione è venuta anche da Gnaro Mondinelli, un “mostro sacro” dell’alpinismo mondiale, secondo italiano dopo Messner ad aver raggiunto tutti i 14 ottomila del mondo senza l’ausilio dell’ossigeno: «È una montagna difficile il Gasherbrum, Mario è stato davvero bravo», ha detto la guida di Alagna. Il suo è solo il primo di complimenti e attestati di stima che sommergeranno Vielmo al suo arrivo in Italia, nella prima decade di agosto. Adesso lo attende il trekking di ritorno sul Baltoro, da fare a cuor leggero. Perché un altro ottomila in tasca in fondo non pesa proprio.