L'intervista della domenica

Renzo Zengiaro: «Così ho fondato Bottega Veneta»

Il fondatore di Bottega Veneta: «L’apertura nel negozio a New York ci aprì le porte sul mondo: le nostre borse acquistate dai Kennedy, attori e artisti».
Renzo Zengiaro nel 1966 ha fondato Bottega Veneta
Renzo Zengiaro nel 1966 ha fondato Bottega Veneta
Renzo Zengiaro nel 1966 ha fondato Bottega Veneta
Renzo Zengiaro nel 1966 ha fondato Bottega Veneta

l mondo della pelletteria è una riserva di lusso. Intrecci, artigianalità, stilisti, moda, tendenze. Basta riuscire a trovare il bersaglio giusto in grado di coniugare bellezza e gusto. Un tempo non c’era una vera e propria scuola per imparare, tutto si basava sull’estro. Forse, anche sul genio come un’isola con un vulcano che fa le bizze e che, alla fine, ha sempre la meglio.

Questo “vulcano” ha nome e cognome. È elegante, con lo sguardo intenso dietro ad un paio di occhiali tondi e fini, capace di stupire con quella bellezza un po’ strampalata, nomade, quasi semplice che si guadagna un signore di 91 anni con i capelli brizzolati, lisci, volutamente un po’ lunghi e curati, dopo aver inanellato esperienze, successi, denaro, fama, gusto e un inaspettato appeal. Ecco, Renzo Zengiaro che nel 1966 ha fondato Bottega Veneta. Un marchio, un mondo conosciuto in ogni dove, nato e cresciuto a Vicenza. Prima in un laboratorio, poi in una fabbrica e, infine, venduto a Gucci come tutte le avventure che iniziano in due e che poi si dividono.

 Ma quello che rimane è il prodotto, la fama, l’importanza, l’aver catturato quella “palla” che nessuno vede passare, nemmeno il portiere, e arriva magicamente a rete. Come fosse un miracolo, una meraviglia, un prodigio.

Zengiaro ci accoglie nella sua casa: un palazzetto in pieno centro, poco lontano dal Bacchiglione, completamente ristrutturato. Un ballatoio del Seicento percorribile, mobili d’epoca, soffitti con travi a vista, palladiane, tappeti orientali, sculture, vasi. Nulla sembra lasciato al caso.  Tutto torna, dopo il sudore, la fatica, qualche inciampo. E la risalita. 

Lei è nato nel 1931, non ha avuto un’infanzia semplice, come si è riscattato?
Mio padre è morto quando avevo 15 anni ed io ero una persona del popolo, come si diceva allora, assieme ai miei fratelli. Ho iniziato a lavorare molto presto perché in quel periodo non c’erano alternative. La guerra aveva distrutto molto, camminavamo sulle macerie di una città e, soprattutto, di una società che si doveva ricomporre, ricostruire, rimettere assieme pezzo dopo pezzo cercando il collante più giusto. 

Quindi, che cosa si è inventato?
A 14 anni ero un apprendista artigiano prima in una sartoria, poi in una ditta di pelletteria, “Vitali”, dove lavoravo come garzone. Lì iniziai a capire che dentro di me c’era qualcosa di diverso. 

Cioè?
Mi guardavo attorno, ammiravo la bellezza dei monumenti, le opere del Palladio, mi perdevo a sognare in mezzo ai palazzi, alle facciate. E, poi, le ville. Era una sorta di attrazione mentale. Mi chiedevo: ma come c’è riuscito? Che mente aveva? Quale gusto aveva affinato e dove?

E nel frattempo?
Lavoravo dieci ore al giorno, sabato e domenica inclusi. Era pesante, ma più il tempo trascorreva e più mi accorgevo che la mia manualità aumentava. Grazie ad un amico arrivai in un’altra ditta: “Marisa”. A diciotto anni cominciai anche a disegnare e ad immaginare i primi modelli di borse. Allora erano tutte molto rigide, con il fondo incollato, un po’ come quelle della regina Elisabetta. Ma io pensavo ad altro. Mi guardavo attorno e vedevo donne che trasportano cibo ed altro ancora dentro a grandi fazzoletti di stoffa annodati ai lati. 

Non ha mai pensato di andare a scuola?
Questa è una domanda che mi hanno fatto in molti ma, ribadisco, arrivavo da una famiglia in cui per andare avanti bisognava lavorare, non c’erano altre vie d’uscita. Non si poteva scegliere e poi, dopo dieci ore di lavoro, a che cosa dovevo pensare se non a dormire e mangiare per riprendere il giorno dopo? Spiegare questi concetti ora è complicato. Allora chi faceva l’impiegato era fortunato, altrimenti si entrava in seminario e quella non era la mia vita. Lavorare e produrre era ciò che contava, te lo dicevano tutti. Non c’erano mentalità diverse, almeno nelle persone che frequentavo. Alla scuola preferivo l’Olimpico, guardavo le statue e mi stupivo di quella meravigliosa bellezza. Quella era la mia scuola, un mondo stupendo: quello era sapere, conoscenza. Ricordo che quando prese fuoco la carena della Basilica palladiana andai sulla scalinata di una villa e mi scendevano le lacrime. Ero impietrito stavo lì, tremavo e piangevo. Sensibilità, forse?

Torniamo ai modelli delle borse: che cosa si inventò?
La morbidezza, la grandezza. Eravamo attorno agli anni Cinquanta. Vicenza aveva una tradizione manifatturiera legata alla lana, di pelletteria si sapeva poco. Ma l’idea funzionò: pelli più morbide e varie fogge anche piccole e colorate. La borsa non era più un elemento staccato, si poteva indossare e prendeva varie forme. Forse è stato proprio questo il concetto, direi quasi rivoluzionario. Credo ci siano persone che nascono, oltre che con i cinque sensi di cui disponiamo, anche con le antenne in grado di captare i cambiamenti prima degli altri. Valeva per l’arte, la letteratura e l’impresa se così la possiamo definire. Una sorta di Rinascimento che partiva dal basso che però aveva la forza di andare avanti, di imporsi. Spero di essermi spiegato.

Certo.
Perché il concetto di sacrificio non so se oggi esista veramente. Viviamo in un mondo completamente diverso rispetto a quello nel quale sono cresciuto. Non voglio fare paragoni, o impartire lezioni, solo far capire che allora dopo la guerra non avevamo altro per andare avanti. Quello era il volano per cercare qualcosa di differente, ora i mezzi non mancano, a partire da quelli informatici. 

Infatti, inizia tra i sacrifici anche la sua carriera.
Nella ditta “Marisa” cominciai a gestire buona parte dell’azienda. C’erano più di cento addetti e oltre all’organizzazione disegnavo modelli. Creai anche una seconda linea più economica ed iniziai con un laboratorio che aprii a casa mia. Erano anni nei quali chi aveva un’idea giusta poteva guadagnare. Immaginatevi chi per primo iniziò a produrre le mollette per il bucato. Le prime erano di legno, ma servivano a tutti. Oppure altri utensili. 

Ma è vero che Bottega Veneta l’ha invitata ad assistere alla sfilata durante l’ultima settimana della moda a Milano? 
Certo, un autista è venuto a prendermi, mi hanno prenotato un albergo e poi ho partecipato all’evento. È stato meraviglioso. Ho conosciuto François-Henri Pinault che ora è l’azionista di maggioranza del gruppo. Vedere ancora degli stivali con la pelle intrecciata mi ha fatto piacere, nella pelletteria l’impronta è rimasta. Poi, tutto il resto è ritagliato per le esigenze di questo millennio ed io in questo campo non entro. Troppo lontano da me. 

Eppure, anche lei ha avuto l’idea di aprire un negozio a New York?
Certo, sulla Madison e non nella Quinta Strada. Ma prima bisogna tornare un po’ indietro. 
Riavvolgiamo il nastro. Avevo 34 anni e l’azienda per la quale lavoravo non mi bastava più. Avevo voglia di cambiare. Come dipendente ero coccolato, stimato, però mi sentivo insoddisfatto come se non potessi esprimere tutto il mio estro, la mia creatività. A quei tempi, chi guadagnava, oltre alla casa pensava alla macchina, all’appartamentino al mare oppure in montagna.

A me non interessava nulla di tutto questo. E qui inizia la parte più bella della mia esistenza. Con il figlio di uno dei rappresentanti che venivano in ditta, un padovano di origini napoletane, Michele Taddei, decidiamo di aprire un laboratorio tutto nostro. La prima sede era in via Torino nel cortile della Torre Everest. Non sapevamo come chiamarci, allora abbiamo pensato alle botteghe quelle di un tempo con pittori, artisti e poi al Veneto. E così nacque “Bottega Veneta”.

Siamo nel 1966, cominciano le prime contestazioni, le minigonne, la libertà nei costumi. Noi puntiamo su prodotti di alta qualità: usavamo capretti e nappe. Il mio socio conosceva una conceria nel Napoletano che ci riforniva. Non pensiamo più alle sacche, puntiamo su borse che rispecchiavano i nostri gusti e che guardavano, non più al mercato di massa come si diceva allora, ma alla signora che se lo poteva permettere. Una borsa con una produzione limitata, costosa che serviva alle donne che volevano contraddistinguersi puntando su qualcosa di nuovo e innovativo.

In via Torino lavoravano 12 artigiani più noi titolari. Avevamo cambiato anche il modo di commercializzare i nostri prodotti, non più fornitori che avevano campionari ricchi di prodotti, ma rappresentanti selezionati che invitavamo in una stanza d’albergo a Milano piuttosto che in altre città e ai quali facevamo vedere le nostre creazioni che poi finivano nelle grandi boutique. E questo fu un modo per evitare la concorrenza. Insomma, avevamo studiato tutto. 

E arriviamo a New York?
Non ancora, prima costruiamo una fabbrica in zona industriale a Vicenza, acquistiamo dal Comune 9 mila metri quadrati di terreno e pensiamo ad una costruzione innovativa con le finestre basse e lunghe in modo che i lavoratori potessero guardare fuori e, soprattutto, avere molta luce e attorno piantiamo moltissimi alberi, idea peraltro perseguita anche da altri, però molti anni dopo. Il progetto lo firmò un architetto di Padova rispettando la nostra visione. Gli affari andavano bene, in America Bottega Veneta vendeva bene da Saks piuttosto che da Bloomingdale’s o da Lord and Tylor, ma con prezzi triplicati rispetto al costo iniziale. E, allora, abbiamo pensato di aprire. Fu un successo, la lavorazione con l’intreccio andava per la maggiore non tanto in Europa, quanto in Giappone e in America. 

E il negozio com’era?
Cento metri quadrati, avevamo deciso di arredarlo con tutto quello che il Veneto produceva: lampadari veneziani, mobili bassanesi, tappeti preziosi e vasi. Gli americani chiamavano il mio socio ed io: mister Bottega e mister Veneta, ci facevamo un sacco di risate, ma intanto arrivarono Andy Warhol, Barbra Streisand, la famiglia Kennedy. E anche allora decidemmo di lavorare con il logo nascosto all’interno le borse, ci importava solo lo stile inconfondibile. Nel 1971, per l’apertura del volo diretto per la Grande Mela, Alitalia fece pubblicità su Vogue con una nostra borsa. E per l’inaugurazione del negozio Taddei ed io portammo salame e pan biscotto oltre al Prosecco. Sempre prodotti veneti. 

Fu l’apice?
Continuammo ancora per qualche anno, poi con Taddei sono iniziate le incomprensioni e abbiamo mollato. L’azienda andò avanti, nel 2001 venne assorbita da Gucci e, poi, arrivarono altri.

Nel 2019 Bottega Veneta ha gestito 268 negozi con 3.754 dipendenti e ha generato 1,168 miliardi di euro di fatturato: che cosa fece dopo la cessione?
Che cosa potevo fare? Ho continuato a lavorare, all’inizio per alcune aziende italiane, poi per la spagnola Loewe, il proprietario era stato un mio cliente e mi venne a cercare, ma c’erano altri creativi con i quali collaboravo. Lavorai per altri vent’anni assorbendo tutte le emozioni che mi venivano incontro. Trovai un nuovo stile che si adattava di più agli spagnoli, allora Madrid e Barcellona erano città stupende. 

Zengiaro, lei ha inventato il lusso artigianale?
Non so se l’ho fatto, diciamo che a quei tempi avevo visto giusto nel creare un prodotto artigianale in grado di diventare un brand ora famoso nel mondo. A distinguerlo c’era solo la lavorazione ad intreccio e nessun marchio esterno, come accade ancora oggi con Gucci, Prada e tanti altri. Ora sto bene a Vicenza, nella mia casa, con le persone che mi sono care e la mia musica. Per il mio compleanno ci sono ancora ex lavoratori che mi chiamano. Chissà, forse, ero il portiere di una buona squadra, ho imparato il pressing, la difesa alta. Il resto l’ho già raccontato. 

Chiara Roverotto

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