L'intervista

Andrea Crisanti: «C'è bisogno di competenze e i politici non le garantiscono»

Il prof. Andrea Crisanti, ora candidato con il Pd per gli italiani all’estero, nella sua villa in Val Liona, dedito al giardinaggio
Il prof. Andrea Crisanti, ora candidato con il Pd per gli italiani all’estero, nella sua villa in Val Liona, dedito al giardinaggio
Il prof. Andrea Crisanti, ora candidato con il Pd per gli italiani all’estero, nella sua villa in Val Liona, dedito al giardinaggio
Il prof. Andrea Crisanti, ora candidato con il Pd per gli italiani all’estero, nella sua villa in Val Liona, dedito al giardinaggio

Andrea Crisanti, romano, 68 anni, cattedratico di microbiologia all’università di Padova, un cursus honorum iniziato all’Imperial College di Londra, nome e volto diventato familiare al grande pubblico durante la pandemia, un “non politically correct” che non ha avuto paura ad andare controcorrente fino ad essere definito l’anti-Zaia, sarà candidato del Pd alle prossime elezioni politiche come capolista nella circoscrizione estero per l’Europa. La sua discesa in campo ha provocato scossoni. C’è chi lo accusa di giravolta dopo aver dichiarato in passato di non essere adatto alla politica. Ma lui replica: «Siamo in emergenza economica, sanitaria, energetica, sociale. Un dovere anche per i non professionisti della politica impegnarsi in prima persona». Lo attacca Salvini: «Ora - dice il capo della Lega - si capiscono tante cose». Ma lui ribatte: «Gli errori che ha fatto finora sono la garanzia di quelli che potrà ancora fare se avrà la possibilità di governare». Il collega Bassetti ipotizza che la scelta di candidarsi possa avere una ragione anagrafica in quanto Crisanti si avvicinerebbe all’età pensionabile, ma lui risponde: “Con un curriculum internazionale come il mio non avrei difficoltà a trovare un incarico in un’università inglese o americana». Insomma, non si scompone. E dalla sua splendida dimora di villa Priuli Custoza, in un lembo incontaminato ai piedi dei Colli Berici, si lancia con nonchalance verso i critici ma con massima determinazione verso le elezioni del 25 settembre.

Professore, cosa la spinge oggi ad accettare la candidatura Dem?
È stata una proposta del circolo Pd di Londra. La direzione generale del Pd prima ha fatto sapere che era potenzialmente interessata, e poi una settimana fa mi ha comunicato in via informale che stavano considerando la cosa seriamente. 

Ne ha parlato in famiglia prima di decidere?
Certo. E sa cosa mi ha detto mia moglie? Ma con tutte le cose che hai da fare anche questa? E (il professore si scioglie in una bella risata) ci avrebbe anche ragione…

Lei, questa volta, non ci ha pensato due volte…
Guardi, le cose si fanno se uno se lo sente... E, poi, la mia vita è sempre piena di progetti.

Ma quanto è importante, in questa complicatissima fase di emergenza, che a scendere in campo siano i tecnici?
Io penso che gli italiani ne abbiano le scatole piene di tecnici che vengano catapultati dall’alto. Oggi c’è grande bisogno di competenze scientifiche, economiche, di sanità pubblica, di ecologia, che sicuramente i politici non sono in grado di garantire. Visto che le scelte non sono mai neutre, è fondamentale che i tecnici dotati di sensibilità sociale si mettano in gioco e cerchino i voti.

Lei indosserà la divisa europea ma il suo impegno sarà rivolto pure al territorio locale. Non per nulla insegna a Padova, ha una casa qui da noi nel Vicentino…
Voglio prendermi carico delle esigenze degli italiani all’estero. La mia priorità è questa. Poi, potrò mettere a servizio tutte le competenze e interessi che ho su altri temi.

Se verrà eletto in Parlamento quali saranno le sue prime battaglie?
La prima sarà per la rappresentatività degli italiani all’estero. È inaccettabile che vengano considerati dieci volte di meno di chi risiede in Italia. La legge sul voto dei nostri concittadini che vivono fuori dei confini nazionali è una elemosina. Gli attuali servizi consolari, non per colpa di chi ci lavora, non sono all’altezza delle richieste.

E come questioni nazionali?
Mi sono molto a cuore l’educazione, perché sono stato un educatore tutta la vita, e, ovviamente, la sanità, perché é la mia materia. Per l’educazione, come formazione scolastica, mi batterò perché non sia privilegio di un’élite ma un diritto di tutti. Per la sanità, la pandemia ha fatto emergere pregi e difetti del sistema nazionale. E questi difetti vanno affrontati.

Durante la pandemia lei ha denunciato scelte dell’apparato, e le richieste di rinvio a giudizio della procura di Padova sulla vicenda dei tamponi rapidi hanno dato ragione all’esposto da lei presentato. Perché scienza e politica non vanno d’accordo?
È molto semplice. La scienza limita l’opzione del politico.

Per questo suo tempo la Regione Veneto non l’ha ascoltata.

Certo. Diminuivano le loro opzioni.

Tornando indietro nel tempo, cambierebbe qualcosa delle sue posizioni?
Forse certe cose che ho detto in buonafede, ingenuamente, ora le direi in modo diverso, anche se questa mia schiettezza è stata apprezzata e non voglio perderla. Io non ho un’agenda privata.

Non le sembra che i comitati tecnici-scientifici che in questi due anni e mezzo di pandemia hanno detto tutto e il contrario di tutto siano figli di lottizzazioni politiche e che questo vecchio manuale-Cencelli sempre dominante anche qui vada ormai eliminato?
Il ministro Speranza ha sempre agito in modo prudente ma non è stato favorito proprio perché circondato da persone figlie di un sistema che antepone la lottizzazione alla competenza. Non possiamo più permetterci che in questi ruoli che hanno un impatto su tutti noi ci siano degli incompetenti. È anche un problema morale.

E se il centro-sinistra, ribaltando tutti i sondaggi, dovesse prevalere, lei farebbe il ministro della salute?

(La risata è fragorosa). Io oggi sono impegnato ad assicurare il seggio al Pd perché lo ha sempre vinto. Poi si vedrà. Magari ci sono persone più competenti di me.

Come convincere gli astensionisti ad andare a votare?

Occorre recuperare soprattutto coloro che si sono sentiti emarginati dal progresso tecnologico, economico e sociale, e che sono tentati di votare a destra. È quanto accaduto in Inghilterra dove le prime vittime della Brexit sono quelli che l’hanno votata e che ora se ne pentono. Deve essere il primo obiettivo del Pd. Convincere che votare a destra significa andare incontro a 5 anni di sofferenza.

Come si organizzerà per questa sua campagna elettorale?

Viaggerò molto. Dovrò rapportarmi su un elettorato sparso in tutta Europa e parlare con la gente: cose di altri tempi. 

 

Franco Pepe