Il processo

«Pfas, Miteni capro espiatorio. Tutti sapevano degli scarichi»

Un'udienza del maxi processo Pfas in tribunale a Vicenza (foto d'archivio)
Un'udienza del maxi processo Pfas in tribunale a Vicenza (foto d'archivio)
Un'udienza del maxi processo Pfas in tribunale a Vicenza (foto d'archivio)
Un'udienza del maxi processo Pfas in tribunale a Vicenza (foto d'archivio)

Il primo attacco è specifico: le società idriche sapevano fin dal 1988 che a Trissino si scaricavano anche Pfas nelle acque di fognatura. Il secondo è generale: «Miteni è il capro espiatorio di una situazione di allarme nell'opinione pubblica. Tutti gli enti pubblici erano perfettamente a conoscenza degli scarichi, ma non se ne preoccupavano, perché non c'era alcuna evidenza scientifica di possibili rischi per la salute, e non c'erano limiti, come non ce ne sono oggi. Ma solo Miteni è sul banco degli imputati, mentre gli altri oggi ci chiedono i danni».

L'affondo La riflessione è degli avv. Novelio Furin, Leonardo Cammarata, Ermenegildo Costabile, Salvatore Scuto e Raffaella di Meglio, che assistono i 15 imputati, fra vertici e manager (in aula davanti alla Corte d'Assise presieduta da Crea), nel processo Pfas: sono accusati a vario titolo dai pubblici ministero Blattner e De Munari di avvelenamento delle acque, disastro ambientale innominato, gestione di rifiuti non autorizzata, inquinamento ambientale e di bancarotta fraudolenta della Miteni, da tre anni in liquidazione. Sono stati individuati come responsabili civili due multinazionali che hanno negli ultimi decenni detenuto la proprietà della spa: la giapponese Mitsubishi e la tedesco-lussemburghese Icig. Sottolineano, i legali, come sia stata Miteni, dopo l'alert del 2012, ad autodenunciarsi nel 2013 spiegando di usare Pfas e altre sostanze; e che l'inchiesta venne archiviata dalla procura, appunto perché non c'erano valori-soglia previsti per legge.

Il no alla Regione A riprova dell'assunto, i difensori ricordano il decreto del tribunale civile di Vicenza che ha rigettato la richiesta della Regione Veneto di insinuarsi nel passivo Miteni chiedendo quasi 5 milioni di euro di danni ambientali. Fra le varie ragioni del diniego del collegio presieduto da Cazzola il fatto che «non siano mai stati fissati i limiti delle concentrazioni soglia di contaminazione e delle concentrazioni soglia di rischio (per le sostanze inquinanti)» e che «Miteni abbia sempre rispettato (pur contestandoli) i limiti imposti nelle varie autorizzazioni al conferimento dei rifiuti nella rete fognaria».

Le autorizzazioni Ieri le difese hanno presentato una memoria che contesta parte della documentazione portata in aula da Viacqua, parte civile, secondo la quale nelle domande di rinnovo delle autorizzazioni allo scarico in fognatura delle acque reflue presentate all'ente gestore nel 2004, 2007 e 2012 Miteni non abbia mai parlato di Pfas e Pfoa. Stando a quanto sostenuto dai legali degli imputati, i due enti (da un lato Miteni, che si chiamava Rimar, dall'altro Viacqua, nato dopo diverse incorporazioni da Consorzio dei Comuni della Valle dell'Agno, poi Consorzio servizi integrati, poi Alto Vicentino servizi ovest, poi Alto Vicentino servizi spa, ora Viacqua) presentano una evidente continuità aziendale. E fin dal 1988 Rimar compilò un modulo prestampato in cui spiegava che si occupava del «ciclo di produzione perfluorurati» e dei Btf, con indicate le sostanze. Negli anni, l'allaccio fu sempre autorizzato sulla scorta del primo ok, di 34 anni fa. Non solo: in epoche successive, l'ente gestore impose dei limiti allo scarico, a testimonianza che sapeva che cosa finiva nelle acque reflue, fino al 2012. «Emerge indiscutibilmente - si legge - che il refluo conferito e proveniva dai sistemi di abbattimento dei cicli di produzione. Il refluo non poteva che contenere tali sostanze e il gestore - contrariamente a quanto ora sostiene - ne era consapevole». Le successive diffide non avrebbero contestato scarichi «all'oscuro del gestore», ma richiamato i limiti.

La replica «La manovra è priva di fondamento - sostiene invece l'avv. Marco Tonellotto, che assiste con i colleghi Angelo Merlin, Vittore d'Acquarone e Giulia Bertaiola Acque del Chiampo, Viacqua, Acque Veronesi e Acquevenete -: il sistema delle autorizzazioni rilasciate a Miteni indicava le sostanze che potevano essere scaricate, e fra queste non erano previsti i Pfas. Inoltre, Miteni aveva indicato i criteri tecnici di abbattimento di questi composti. Gli unici composti scaricabili erano quelli previsti in autorizzazione, secondo il principio vigente in materia ambientale, per cui è vietato ciò che non è autorizzato». E, un anno fa, GenX è stato trovato ancora, nel piazzale di Miteni: «Resiste anni». La battaglia continua. .

Diego Neri