Il processo

«Icig sapeva dei Pfas ma Provincia e Arpav non sono intervenute»

Un momento dell’udienza del processo Pfas che si è tenuta ieri mattina nel tribunale di Borgo Berga
Un momento dell’udienza del processo Pfas che si è tenuta ieri mattina nel tribunale di Borgo Berga
Un momento dell’udienza del processo Pfas che si è tenuta ieri mattina nel tribunale di Borgo Berga
Un momento dell’udienza del processo Pfas che si è tenuta ieri mattina nel tribunale di Borgo Berga

La Icig, quando ha acquistato la Miteni dalla Mitsubishi, era a conoscenza dell’inquinamento da Pfas che produceva il sito industriale e che si trovava nelle falde del terreno. Ma a conoscere la situazione erano anche gli enti pubblici: dalla Regione, attraverso Arpav e Genio civile, alla Provincia di Vicenza e giù sino all’amministrazione comunale di Trissino. 
È questo quanto emerge dalla terza tranche della testimonianza del maresciallo del Noe - Nucelo operativo ecologico - dei carabinieri, Manuel Tagliaferri ieri tornato in aula, davanti alla Corte d’Assise, nel processo che vede imputati 15 manager di Miteni, Icig e Mitsubishi Corporation, accusati a vario titolo di avvelenamento delle acque, disastro ambientale innominato, gestione di rifiuti non autorizzata, inquinamento ambientale e reati fallimentari.

Ripercorrendo l’indagine, coordinata dai pubblici ministeri Hans Roderich Blattner e Barbara De Munari, il maresciallo Tagliaferri rilegge mail e documenti acquisiti nel corso delle perquisizioni eseguite; snocciola valori estrapolati nei numerosi studi e report sull’inquinamento ambientale al centro dell’inchiesta; traccia le linee che hanno guidato gli investigatori nel lungo percorso partito nel momento in cui la procura decise di andare a fondo rispetto a quanto stava emergendo dopo il rapporto del Cnr che aveva di fatto aperto il vaso di Pandora sulle conseguenze portate dalle sostanze perfluoroalchiliche. Guardando una delle mail contenute nella slide che il pm Blattner illumina in aula, Tagliaferri spiega come già l’11 febbraio 2009, quindi pochi giorni dopo l’acquisizione avvenuta da Mitsubishi, Miteni aveva pagato una fattura alla società di consulenza ambientale (la Erm di Milano) per il monitoraggio delle acque. In una mail successiva, poi, datata 3 marzo 2009 dirigenti della Miteni e i tecnici della Erm parlano della barriera idraulica che era stata realizzata per contenere l’inquinamento. «Già in quella data si parla della barriera. E sempre di quella barriera si parlava internamente alla Miteni», appunta Tagliaferri. Che poi aggiunge: «Nell’aprile 2009, sempre nel corso di colloqui tra dirigenti Miteni e tecnici Erm si discute di estendere la barriera idraulica allargandola ad altri due pozzi, oltre ai tre già presenti, che alla fine però non verranno sistemati». Almeno sino al 2013 quando scoppierà il caso-Pfas.

Poi però il maresciallo del Noe fa capire come sulla vicenda le responsabilità forse non stiano solo ed esclusivamente da una parte sola. L’esempio è legato al “Progetto Giada” condotto tra il 2003 e il 2009-10 grazie allo stanziamento di fondi dell’Unione europea; un piano coordinato dall’Ufficio ambiente della Provincia di Vicenza, che aveva fatto emergere in un paio di casi un incremento significativo dei livelli di contaminazione di Btf (Benzotrifluoruri) nelle falde acquifere tra Trissino e Montecchio Maggiore. Ma nonostante questi valori avrebbero dovuto almeno allarmare, vista la vicinanza con lo stabilimento Miteni «nessuno degli enti ha fatto un approfondimento. Nessuno ha fatto nulla», ribadisce Tagliaferri. «Noi - continua - avevamo avuto la conferma dell’aumento di quei valori da due studi concomitanti». Ma, appunto, a nessuno viene in mente di muovere un dito e di decidere di andare a vedere quali fossero le cause di quelle variazioni. 

Quindi, insiste il maresciallo poco dopo, parlando anche del Genio civile: «Non possiamo dimenticare che nel 2005 Miteni si autodenuncia al Genio civile dicendo che aveva realizzato la barriera idraulica. E questo lo dice anche al comune di Trissino. Ecco, Genio civile e amministrazione comunale avrebbero dovuto convocare la Miteni e chiedere delle spiegazioni». Invece non venne fatto nulla. La produzione industriale è continuata e lo sversamento dei Pfas nella falda pure. Con buona pace di tutti, salvo dei residenti che ancora non sapevano. Tutto diventa ufficiale nel luglio 2013 quando la Miteni dichiara, ufficialmente, la costruzione della barriera idraulica contro le sostanze perfluoroalchiliche. Anche perché era ormai alle strette visto che quattro mesi prima, a marzo, il Cnr, con una ricerca, mette tutti “d’accordo” mostrando l’abnorme inquinamento da Pfas di cui soffre parte della provincia berica, di quella scaligera e di quella patavina. Far finta di nulla non è più possibile.

A porre un discrimine sulle responsabilità ci penserà la procura con l’avvio dell’inchiesta. Ma sostenere che qualcuno, in questa vicenda, possa dirsi ignaro, almeno ascoltando la testimonianza del maresciallo Tagliaferri dei carabinieri del Noe, è difficile. 

 

Matteo Bernardini