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01.10.2019

Le mappe del ’600 ritornano in vita grazie ai monaci

Una delle due mappe di Cornedo del Seicento fresche di restauro.  A.C.L’abbazia di Praglia, nel Padovano, dove è stato fatto il restauroLe mappe saranno esposte in municipio.  CARIOLATO
Una delle due mappe di Cornedo del Seicento fresche di restauro. A.C.L’abbazia di Praglia, nel Padovano, dove è stato fatto il restauroLe mappe saranno esposte in municipio. CARIOLATO

Aristide Cariolato Due mappe antiche del territorio di Cornedo risalenti al XVII secolo sono rinate dopo un delicato restauro nel laboratorio dell’abbazia di Praglia. Sono documenti importanti per capire la trasformazione del territorio e del tessuto sociale di Cornedo e racchiudono anche curiosità, come alcuni toponimi e le chiesette di San Martin e di San Rocco. Le mappe furono trovate casualmente dalla responsabile della biblioteca comunale, Gianna Dalle Rive, nel 1993 in uno scatolone nel sottotetto di villa Trissino fra vecchi manifesti elettorali. La prima (74,7 centimetri per 154) è una carta topografica redatta da Giacomo dal Ponte a Cornedo nel giugno 1607 rappresenta la fascia del territorio comunale contermine al torrente Agno, compresa fra l’attuale confine con Brogliano e l’inizio di Spagnago ed è scritta con inchiostro nero, oggi sbiadito, il “torente Lagno” (come si legge) in acquarello blu, i prati in verde, le strade in marrone, gli edifici, chiese, mulini, seghe e magli hanno il tetto in rosso. Fu redatta per conto del Comune. «Si tratta di una mappa antica, che riveste un’indubbia importanza come documento e testimonianza storica - afferma Carmelo Crupi, capoufficio tecnico del Comune, che ha curato la presentazione in vista in una richiesta di contributo regionale, che non ha avuto seguito». «In destra orografica del torrente Agno sono disegnati ad inchiostro verde alcuni rilievi montuosi con segni elementari con la curiosità del disegno della chiesa “San Martin”, ancora oggi esistente e conosciuta come Pieve di San Martino, risalente al X secolo - afferma Crupi -. Per quanto riguarda il fabbricato con la croce sul tetto, indicato nella mappa come Chiesa di Cornedo, è difficile l’identificazione. Però da un’attenta analisi con una esistente del 1752 conservata nella biblioetca comunale, potrebbe identificarsi con la chiesetta di San Rocco». Ma fra gli storici c’è discordanza. La seconda mappa risale al 1690 e fu redatta da Bortolo Zanovello, perito pubblico, per conto del Comune, rappresenta e individua i beni, già di proprietà comunale a seguito di sentenza del Magistrato sopra i beni comunali (1652), da quelli acquistati da Antonio San Martin e da quelli rimasti i al comune. Anche in questa mappa si scrive “torrente detto Lagno”. Non manca il particolare del disegno dei “cassoni” lungo le sponde dell’Agno, che sembrano fatti di tavole lignee assemblate, ripempiti di terra e ciottoli allo scopo di proteggere gli argini dall’erosione delle piene “brentane”, caratteristica dell’Agno (fiume torrentizio). Bella la rosa dei venti con gli otto nomi: T-ramontana, G-reco, L-evante, S-irocco, O-stro, A-fricano, P-onente. Curioso l’elenco delle contrà con i toponimi presenti tutt’oggi: contra’ Ponte di Prada, del Molin, Sega e Pozza, di Spagnago, di Tambari, di Coste, di Cengi Barucho, di Riva Alta, di San Martino, della Rosa, delle Giare di Fornari e i proprietari: Fasolato, Neri, Tescari, Righi, Giacomoni. Gonzato e Trissino, che non manca mai. Le due mappe si aggiungono alle altre cinque (secoli XVI-XIX), trovate dall’allora assessore alla cultura Gaimpietro Santagiuliana in un vecchio armadio del municipio vecchio, restaurate nel 1985 all’Abbazia di Praglia, ed ora custodite in cassette di legno di cipresso, descritte dallo storico Silvano Fornasa. Mentre è difficile trovare una parete per queste cinque mappe gigantesche (oltre 6 metri di lunghezza), le due, del 1609 e del 1690, saranno esposte o in sala consiliare o nell’atrio del municipio. «La conoscenza del territorio è fondamentale per la nostra identità - afferma il sindaco Francesco Lanaro - e questi documenti devono essere visibili. È un patrimonio culturale che vale la pena di custodire e i soldi per il restauro sono ben spesi». • A.C. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Aristide Cariolato
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