Marano

Strage di Bologna: «Dissi a mamma e a Roberto: “State attenti” e loro sorrisero»

«Li ho accompagnati al binario e ho atteso che salissero sulla carrozza. Erano affacciati al finestrino e io li ho salutati. Mentre loro mi sorridevano dal vetro gridai più forte del rumore dei treni: “state attenti, mi raccomando”. Le solite frasi che si dicono quando qualcuno parte per un viaggio. Ma chi poteva immaginare quella tragedia». 
Angelo De Marchi, fratello di Roberto e figlio di Elisabetta Manea, le vittime maranesi della strage di Bologna, ha la voce emozionata nel ricordare quel terribile 2 agosto del 1980. Ieri mattina lo abbiamo raggiunto prima che partisse per Bologna, dove da 42 anni si reca assieme ai familiari per prendere parte alle commemorazioni ufficiali in onore delle 85 vittime, e degli oltre 200 feriti. Nel lungo e straziante elenco di nomi impressi sulla lapide posta nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, quella devastata dalla bomba, compaiono anche quelli di Roberto, 21 anni, e di Elisabetta, 60 anni. I due erano partiti al mattino dalla stazione di Padova e a Bologna attendevano la coincidenza che li avrebbe portati in Puglia, a casa di parenti. Quell'estate infatti Elisabetta, rimasta vedova all'età di 49 anni con quattro figli da crescere poco più che adolescenti, si era finalmente concessa una vacanza. L'occasione era nata da un invito del fratello, emigrato in Australia, che nell'agosto del 1980 stava trascorrendo qualche mese in Puglia, nel paese natale della moglie. Roberto, il figlio più piccolo, promessa della pallavolo di Marano, si era offerto di accompagnarla.
«Ho insistito perché partissero da Padova e non da Vicenza in modo da evitargli un cambio e rendere i loro spostamenti più semplici - ricorda Angelo De Marchi -. Per la mamma si trattava del primo viaggio impegnativo, e volevamo che fosse il più comodo possibile. Anche per questo con i miei fratelli Francesco e Mario si era deciso di comprare loro un biglietto di prima classe». Alle 10.25 del 2 agosto Roberto ed Elisabetta si trovano già in stazione a Bologna. Nonostante il biglietto che hanno in mano indichi la prima classe, madre e figlio attendono il treno per Bari nella sala d'aspetto di seconda classe. È lì che troveranno la morte. «Qualche ora più tardi ho ricevuto una telefonata da mio fratello Mario - continua Angelo - che mi informava di aver sentito per radio la notizia dell'esplosione. Abbiamo subito controllato l'orario della coincidenza per Bari, scoprendo che in quel momento Roberto e la mamma si trovavano proprio in stazione. Siamo partiti subito per Bologna: quando alle 16 siamo arrivati in stazione ci siamo trovati di fronte una scena drammatica. Purtroppo abbiamo saputo quasi subito che Roberto era morto; ci hanno detto che avevano trovato il corpo di un giovane con addosso i suoi documenti d'identità e anche se mancava ancora l’ufficialità, in cuor nostro sapevamo che si trattava di lui. Abbiamo invece saputo della mamma solo il giorno dopo». 
Ad aumentare il dolore per la tragica scomparsa di Roberto ed Elisabetta, il lungo iter giudiziario per ricostruire la verità e i numerosi depistaggi. Lo scorso aprile, la condanna in primo grado all'ergastolo di Paolo Bellini, ritenuto il quinto attentatore, ha in qualche modo dato conforto ai familiari. «Dal punto di vista giudiziario è stato un grosso risultato perché la sentenza ha fatto luce sulle trame oscure di quegli anni - afferma Angelo De Marchi - Dal punto di vista personale, invece, sostiene gli sforzi fatti in questi 42 anni e ci sprona ad andare avanti». Al fianco dei familiari di Roberto De Marchi ed Elisabetta Manea, l'intera comunità di Marano che dal 1980 fa sentire loro la propria vicinanza. 
«A Roberto, formidabile giocatore di pallavolo, è stata intitolata la palestra comunale, mentre la loro tomba è ora situata in una zona commemorativa del cimitero. Ci piacerebbe coinvolgere maggiormente le scuole, perché credo che le nuove generazioni conoscano davvero poco di quella drammatica stagione che purtroppo ha colpito il nostro paese in maniera drammatica».

Alessandra Dall'Igna