L'avventura

«Sfido l'Alaska e la vecchiaia col kayak»

Beppe Faresin torna in canoa per affrontare uno dei corsi d'acqua più selvaggi e lunghi dell'Alaska: il Noatak river
Beppe Faresin torna in canoa per affrontare uno dei corsi d'acqua più selvaggi e lunghi dell'Alaska: il Noatak river
Beppe Faresin torna in canoa per affrontare uno dei corsi d'acqua più selvaggi e lunghi dell'Alaska: il Noatak river
Beppe Faresin torna in canoa per affrontare uno dei corsi d'acqua più selvaggi e lunghi dell'Alaska: il Noatak river

Dopo tre anni dalla sua ultima impresa, Beppe Faresin torna in canoa per affrontare uno dei corsi d'acqua più selvaggi e lunghi dell'Alaska: il Noatak river. I 684 chilometri, interamente sopra al circolo polare e all'interno di un'immensa riserva protetta, verranno affrontati in tre settimane dal 69enne sandricense che dal 1977 a oggi ha solcato i fiumi più grandi di tutto il mondo, dal Mississippi al Rio delle Amazzoni. Quella che prenderà il via il 5 luglio, con il decollo da Venezia per raggiungere il Nord America, sarà la sua dodicesima fatica.

Lo stop imposto dall'emergenza sanitaria, giunto dopo i 960 chilometri del 2019 sui fiumi Yukon e Teslin del Canada nord occidentale, non ha scoraggiato l'"uomo del kayak" che, pazientemente, ha preparato e studiato la nuova avventura da affrontare a colpi di pagaia. Un viaggio duro e in solitaria, come spesso accade per Faresin, che inizierà quando dall'avamposto di Kotzebue il sandricense decollerà a bordo di un Cessna per atterrare sui ghiaioni dove nasce il Noatak. Poi solo la natura selvaggia, tranne che per un piccolo villaggio di nativi a circa 80 chilometri dalla foce del fiume. «Saranno tre settimane in piena autonomia con 150 chili di materiale, inclusa la canoa. Una bella palestra di vita "into the wild", dove non vengono perdonate le distrazioni o contemplati gli errori. Anche il minimo passo falso, infatti, può costare caro», spiega il sandricense. «Verranno messi a dura prova sia la mente che il fisico. Gli acciacchi non mancano e l'età non aiuta, ma, fortunatamente, ci sono gli antinfiammatori a dare una mano», scherza.

«Con questa dodicesima avventura voglio dare del filo da torcere alla vecchiaia, oltre a toccare con mano gli effetti del cambiamento climatico in una delle regioni più incontaminate del mondo. L'apprensione e la tensione, in vista della partenza, sono sempre come la prima volta. Sono sicuro che lo sarà anche la soddisfazione una volta completato il viaggio».

A poco più di un mese dall'avvio dell'impresa è la preparazione, soprattutto logistica, a scandire le giornate di Faresin. «Tutto deve funzionare al cento per cento. Da sei mesi studio, mi preparo e provo prodotti, i modo particolare per la sicurezza che ha la priorità assoluta: il salvagente sarà sempre allacciato e porterò un sistema satellitare di soccorso di tipo Spot e un telefono satellitare, che oltre a permettermi di comunicare con la mia famiglia, ha anch'esso un pulsante di Sos. Tanto anche il cibo: circa 30 chili, necessari per garantirmi quattro pasti al giorno, che conserverò in un fusto rigido anti-orso. Poi - continua - attrezzatura video e fotografica, power bank, un pannello fotovoltaico per la ricarica dei dispositivi, vestiario caldo e tutto il materiale da campeggio come tenda, sacco a pelo, fornellino, combustibile e il depuratore per l'acqua». Quattro pagine di "check list" fondamentali per la buona riuscita dell'impresa e per affrontare ogni evenienza.

«I problemi maggiori, oltre alle insidie del fiume, saranno le temperature che scendono anche sottozero, la pioggia e il vento a sfavore, gli orsi e i lupi. Avrò con me anche due grosse bombolette spray anti-orso e una tromba da stadio per tenerli a debita distanza. Di zanzare poi, ce ne saranno a milioni», conclude. Questo viaggio, come gli altri già affrontati, avrà delle finalità benefiche. «In questa spedizione donerò ai Medici con l'Africa Cuamm e pagaierò a sostegno di Survival, associazione che collabora e tutela le popolazioni indigene in America, Africa, Asia e Oceania»..

Marco Billo