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04.10.2018

La beffa del nichel
affonda la Safond
e il Comune di Roma

La sede della ditta Safond a Montecchio Precalcino. ARCHIVIO
La sede della ditta Safond a Montecchio Precalcino. ARCHIVIO

MONTECCHIO PRECALCINO. Questa è una storia complicata. Di truffe, fatte o tentate; di minacce, vere o presunte; di massoni, servizi segreti e politica; ma soprattutto di soldi. Tanti. Che girano da Roma a Montecchio Precalcino trascinando la loro scia fino alla Svizzera. Dentro al caveau di una banca elvetica dove sono custoditi a doppia firma, quella di due dei principali protagonisti di questa storia, circa 15 milioni di euro. Valore sulla carta, perché di fatto, quel tesoro, che non è moneta; non è oro né diamanti, ma nickel (un nickel speciale denominato “wire”) in realtà non vale niente. 

 

Il metallo dato, come contropartita in un affare finanziario, dal faccendiere Giovanni Calabrò (detto il “marchese del nichel”) all’imprenditore Rino Dalle Rive, all’epoca dei fatti proprietario della Safond Martini di Montecchio Precalcino, vale praticamente poco più di zero. Ad accertarlo, l’altro giorno, è stato l’esito della perizia voluta dal pubblico ministero Hans Roderich Blattner (titolare dell’inchiesta sul crac della Safond) e discussa nel corso dell’incidente probatorio svoltosi davanti al giudice per l’udienza preliminare, Roberto Venditti.

 

Il nickel “wire”, custodito appunto nel caveau dell’istituto di credito elvetico, e ancora in pancia all’azienda di Montecchio Precalcino, non vale 15 milioni di euro, ma poco più di 20 mila euro. I circa 80 mila metri di metallo, non valgono infatti i 200 euro al metro promessi da Calabrò, ma circa 20 centesimi (al metro). Un valore che di fatto affossa la Safond, assistita nella procedura fallimentare dall’avvocato Marco Dal Ben. Il suo ex proprietario, invece, l’imprenditore Dalle Rive, uscito dall’azienda nel 2016, è rappresentato dall’avvocato Lino Roetta. Ma la storia del nickel “wire” oltre a Dalle Rive, che al momento risulterebbe vittima della truffa messa a segno ai danni suoi e dell’azienda, non si esaurisce certo qui. Perché i coni d’ombra sono ancora tanti. Troppi. Come le domande che fino a ora non hanno ancora trovato una risposta. Tra queste il motivo per cui il nickel svizzero sia custodito in una cassetta di sicurezza, inaccessibile, a doppia firma: quella di Dalle Rive e del terzo protagonista della vicenda: Riccardo Sindoca, 50 anni, padovano di Villa del Conte. Massone, legato ad ambienti dell’estrema destra e dei servizi, Sindoca, nell’inchiesta sul default della Safond, è indagato per truffa ed estorsione. 

 

E Roma? Cosa c’entra con il metallo dell’azienda berica? Nell’ambito dell’incidente probatorio, la procura aveva sequestrato in via prudenziale l’unico altro nickel “wire” presente in Italia. Bobine che si trovano custodite, appunto, nella Capitale, e di proprietà del comune oggi amministrato dalla giunta Raggi. Ma se il metallo rifilato alla Safond si aggirava potenzialmente sui 15 milioni di euro; quello in pancia all’amministrazione capitolina è di oltre 40 milioni. E pure quello non vale praticamente niente.
 

Matteo Bernardini
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