La storia

La corsa di Alessandra Cappellotto per salvare le cicliste intrappolate a Kabul

L'immagine di alcune atlete afghane, cicliste comprese arrivate in Italia (Foto Facebook Alessandra Cappellotto)
L'immagine di alcune atlete afghane, cicliste comprese arrivate in Italia (Foto Facebook Alessandra Cappellotto)
L'immagine di alcune atlete afghane, cicliste comprese arrivate in Italia (Foto Facebook Alessandra Cappellotto)
L'immagine di alcune atlete afghane, cicliste comprese arrivate in Italia (Foto Facebook Alessandra Cappellotto)

Tre amiche sono già state portate in salvo. Ma non basta. Dall'inferno di Kabul la campionessa di ciclismo di Sarcedo, la 53enne Alessandra Cappellotto, vuole liberare altre donne che in sella alle loro bici avevano respirato per la prima volta la libertà soltanto cinque mesi fa.

Bici e libertà: un binomio insopportabile per i talebani che considerano il ciclismo un tabù, uno scandalo, motivo di disonore e stanno cancellando senza pietà sogni e speranze. «È la mia sfida più grande - ha raccontato la prima ciclista italiana vincitrice di un mondiale, responsabile del Cpa Women (il sindacato mondiale del ciclismo femminile) e presidentessa di Road To Equality, che in questi giorni ha parlato della sua mobilitazione nelle puntate di In Onda, il programma condotto su La7 da Concita De Gregorio e David Parenzo -. Ho interpellato l'Uci, la Fci, il Ministero dello sport e degli affari esteri italiano, le Nazioni Unite, le Ong attive in quell'angolo di mondo da cui bisogna fuggire il più presto possibile, soprattutto se sei una donna. Ho chiamato e scritto a tutti coloro che possono darmi una mano a trarre in salvo queste ragazze, che sono atterrite dalla paura. Se ci riuscirò sarà la mia vittoria più bella».

 

Sono giornate molto intense per Cappellotto (che non è sola nella sua battaglia, visto che l'obiettivo degli sforzi del sottosegretario allo sport Valentina Vezzali, della Fci e del Dipartimento allo Sport, in stretta collaborazione con il Ministero degli Esteri, è quello di riuscire a far uscire dal paese le atlete e garantire così la loro incolumità), che è anche la vicepresidente dell'associazione corridori ciclisti professionisti italiani e rappresentante delle cicliste in tutto il mondo.Il telefono squilla in continuazione e l'iridata di San Sebastian, dalla sua casa di Monfumo, segue passo passo i tentativi delle donne afghane di prendere quell'aereo che significa fuga e salvezza.

 

«Era il 9 marzo scorso. Cinquantasei donne pedalarono a Kabul per una manifestazione ciclistica, tutte a testa alta: speravo fosse l'inizio di una nuova epoca, di un nuovo percorso. In quelle immagini ho visto il futuro - ha spiegato Cappellotto -, ma ora la situazione si è capovolta e la loro vita è a rischio. Sono in contatto con tutte queste donne. In venticinque hanno cercato di raggiungere l'aeroporto con l'unica speranza di riuscire a partire. Nell'inferno di Kabul, un piccolo sorriso me l'ha regalato il ricongiungimento delle cicliste col gruppo di calciatrici tre giorni fa, avvenuto dove c'è stato il terribile attentato».

Finora ce l'hanno fatta in tre. Imbarcate in un C130 dell'Aeronautica militare, le cicliste che fanno riferimento all'associazione Road to Equality sono arrivate in Italia. 

M.B.

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