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10.11.2019

Crac “Breganze salumi” «Danno da 2,3 milioni»

Sottufficiali della guardia di finanza durante un accertamentoL’avvocato  Stefano  Grolla
Sottufficiali della guardia di finanza durante un accertamentoL’avvocato Stefano Grolla

Due verità diametralmente opposte legate a un dissesto che fa discutere i protagonisti. Quella della procura sostiene che il fallimento della “Breganze Salumi” era stato causato dal comportamento dell’amministratore unico Antonio Novello, che aveva provocato un danno di 2,3 milioni, acquistando merci per 634 mila euro da un fornitore romano dubbio e rivendendole a clienti che non avevano pagato. L’imprenditore, per contro, replica di essere stato vittima di alcuni acquirenti che approfittarono delle sue condizioni economiche, aggravando il quadro economico della società, fino alla inevitabile dichiarazione di insolvenza. È il braccio di ferro, in punto di diritto, che vede contrapposti Antonio Novello, 44 anni, di Breganze, difeso dall’avvocato Stefano Grolla, e il pm Hans Roderich Blattner. Questi in base alla relazione della guardia di finanza ha chiesto il rinvio a giudizio per la bancarotta fraudolenta. Il dissesto risale ancora al 7 febbraio 2008 e dopo la relazione del curatore Carla Favero, la procura aveva chiesto l’archiviazione perché non emergevano fatti di rilievo penale. In base a questa analisi il default della “Breganze Salumi” pareva legato a obiettive condizioni di mercato. La piccola realtà aveva sofferto per la concorrenza della grande distribuzione, i margini si erano vieppiù assottigliati, fino a quando c’era stato il tracollo, anche per errate scelte imprenditoriali. Soprattutto nell’ultima fase. Ma nulla di illecito. Il gip Roberto Venditti, però, respinse l’archiviazione e chiese al pm di analizzare meglio alcuni fatti a suo dire di rilievo penale. Essi erano sostanzialmente tre. Il primo è che la “Breganze Salumi srl” nel luglio-novembre 2007, quando il fallimento era dietro l’angolo, acquistò merci per 634 mila euro dalla “Mercuri srl” di Roma, di cui per gli inquirenti non c’è prova. Non solo, la seconda circostanza dubbia è che Novello avrebbe eseguito pagamenti in contanti per 313 mila euro, rivendendo la merce alla “Nuova Dima snc” di Volla, “Fi.Si.Se” di Aversa, “Gennaro Carotenuto ” di Scafa e “Adam srl” di Riccione. Per la procura si tratta di «anomale vendite nei confronti di clienti mai prima conosciuti, insolventi e di fatto irreperibili». Inoltre, Novello non avrebbe concordato con gli acquirenti, «rimasti inadempienti nonostante gli elevati importi delle cessioni, alcuna forma di anticipo e garanzia». Ancora, l’imputato aveva registrato il pagamento “per cassa” di 60 mila euro a favore dello studio “Economista d’impresa Giorgio Gibertoni” di Carpi, inserendo in contabilità la fattura numero 11 del 5 novembre 2007. Ebbene, accusa il pm, questa fattura sarebbe falsa poiché non era mai stata emessa dallo studio emiliano, tanto che il titolare l’ha disconosciuta. Ecco perché in tesi d’accusa Novello avrebbe causato l’ingente danno di 2,3 milioni, di cui deve rispondere. Per l’avvocato Grolla, invece, a prevalere furono le ragioni contingenti della grande crisi del mercato di quegli anni e non c’era stato alcun prelievo per finalità fraudolente. Novello, per la difesa, è stato corretto. Da dire che l’imputato aveva presentato anche una domanda di patteggiamento per uscire dal processo, ma la procura l’ha respinto ritenendo la pena non congrua. Se ne riparlerà in aula il 12 febbraio prossimo. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Ivano Tolettini
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