Santorso

Un giorno in corsia. Attese e nervi tesi: «Mancano medici»

L’ospedale Alto Vicentino al centro del dibattito (Foto Archivio)
L’ospedale Alto Vicentino al centro del dibattito (Foto Archivio)
L’ospedale Alto Vicentino al centro del dibattito (Foto Archivio)
L’ospedale Alto Vicentino al centro del dibattito (Foto Archivio)

Tutto ha inizio al pronto soccorso nella serata di mercoledì. Il referto è chiaro: frattura del polso e c'è bisogno della visita dell'ortopedico. La macchina burocratica si mette in moto: richiamo alle 10 del giorno successivo, nella sala gessi. «Sempre dritto, oltre le porte automatiche», dice gentile la signorina dell'accoglienza triage al pronto soccorso. E alle 9.56 la sala d’attesa si materializza, silenziosa, quasi bella, un solo paziente seduto. Il calcolo è quasi matematico, se l’appuntamento è per le dieci e c'è una persona sola in attesa, il ritardo accumulato potrebbe essere di mezz’ora. Poco male. Alle 11 però, la matematica diventa un’opinione. Non siamo più in due, ma in 4 e nessuno è entrato dal medico. Semplicemente perché il medico non c'è. «È in sala operatoria, ma prima o poi arriva», annuncia l'infermiere.

Cosa significa prima o poi? Che alle 12 il medico non c’è, la sala si è riempita e tutti i posti a sedere, anche quelli che dovrebbero essere alternati causa Covid, sono occupati. Un giovane che la sera prima era entrato al pronto soccorso con dolori lancinanti alla schiena è su una sedia a rotelle ma sembra seduto su un tappeto di spine. Forse il male si fa sentire dopo un po’. E su una carrozzina c’è anche un anziano di 91 anni, con la figlia che lo accudisce. Il tempo passa e l’uomo chiede più volte di essere portato a fare la pipì. La giovane donna che è con lui è paziente e accompagna il papà al bagno: «Dai che prima o poi entri», gli dice.

Intanto una ex dipendente Ulss, dopo aver mugugnato per un po’ sbotta: «Non è possibile che ci sia un solo medico, e poi ci tocca anche pagare ugualmente se ce ne andiamo». L’infermiere, sempre calmo, le spiega che il problema è dovuto alla carenza di medici. Altri mormorano, si lamentano. «Non ce l’ho con lei, ma con il sistema», precisa poi la donna che protesta rivolgendosi all’operatore sanitario.

Non ci sono buoni e cattivi in questa avventura un po’ sfigata al pronto soccorso: non ne hanno colpa i pochi medici, che fanno il massimo passando da un’urgenza in sala operatoria a una banale frattura del polso, e tanto meno c’entrano gli infermieri che devono sorbirsi i mugugni ad alta voce.

La razionalizzazione delle risorse, l’eliminazione degli sprechi, il Covid, la sanità 4.0. La carenza di medici, quella che è trasversale, che raccontiamo tutti i giorni nelle cronache e che in certi ospedali è più spinosa della media. E così alle 12.30, mentre l'italiano medio pranza, la sala attesa è una galleria straordinaria di umanità: una mamma cede alle richieste della bimba e decide di allattarla “live”; il 91enne torna in bagno con la figlia paziente. Un uomo parla a voce alta al telefono e racconta la sua disavventura, una giovane si siede su un tavolino perché nelle sedie non c'è più posto. In sottofondo una filastrocca esce da un telefonino per cercare di tranquillizzare una bambina e un signore va a ritmo battendo il piede sul pavimento. 

Poi, la magia, improvvisa. Poco prima delle 13 un’infermiera chiama il primo nome della lista. Il medico è arrivato e si può dare inizio alle danze. I pazienti entrano quasi felici, liberati, anche se ingessati, con tutori o in carrozzina. E il medico, anzi, la dottoressa passa da un ambulatorio all’altro, comunicanti, senza pausa. È gentile e premurosa, come del resto gli infermieri. Ci si dimentica quasi di aver aspettato quasi 3 ore e mezza. Alle 13.28 entriamo nell’ambulatorio. È fatta. Possono partire i titoli di coda.

 

Dennis Dellai