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07.11.2015

L’eredità
di Mattielli
va ai due ladri

Ermes Mattielli durante una manifestazione a suo sostegno
Ermes Mattielli durante una manifestazione a suo sostegno

Ivano Tolettini

ARSIERO. Non è uno scherzo del destino tragico, cinico e baro. Ma gli “eredi in linea retta“ del povero Hermes Mattielli stroncato da un infarto sono di fatto i due nomadi feriti a pistolettate nel 2006. Un mese fa è stato condannato per duplice tentato omicidio a 5 anni, ma soprattutto al risarcimento dei danni per 135 mila euro. Quel che più conta in questa macabra contabilità, ci scuserà il lettore, è che le pendenze civilistiche ricadranno sugli eredi legittimi, i cugini, i quali con ogni probabilità vi rinunceranno perché i beni, da quello che diceva il defunto, non valgono molto. Sarà così devoluta allo Stato che risponderà non oltre il valore dei beni. È da tre anni, dal 4 luglio 2012 quando il tribunale di Schio emise il primo verdetto di condanna, che i ladruncoli Blu Helt e Cris Cari hanno in mano un titolo esecutivo per aggredire i beni di Mattielli. Si tratta di un paio di case ad Arsiero e qualcos’altro. «Fin qui non l’abbiamo fatto perché si pensava a un possibile accordo - spiega l’avvocato dei nomadi, Andrea Massalin -. Mi dispiace per la sua morte, purtroppo il caso ha assunto aspetti ideologico-politici sfuggendo al merito, come a volte accade nel nostro Paese».

IL CASO. Quando una vicenda come quella del robivecchi disabile per via di una gamba di legno, e che per difendere la sua roba dall’ennesimo assalto notturno spara ai ladri in fuga (condannati a 4 mesi di reclusione ciascuno), diventa un caso nazionale per un formalismo giuridico che per i più fa a pugni con la sostanza, il protagonista diventa un simbolo di una giustizia avvertita come distante. Perché la giustizia deve anche apparire giusta. Già, questione di punti di vista, si obietterà. Dipende dagli occhiali che si indossano: della vittima, dell’aggressore-vittima, della vittima-condannata, del giudice o del pm.

LE PAROLE. Rispetto alle recenti dichiarazioni di Mattielli nei salotti televisivi («lo rifarei, ma non volevo certo uccidere»), assumono un peso diverso quelle rilasciate al cronista dopo l’interrogatorio del 15 giugno 2006 a Vicenza, a 48 ore dalla sparatoria. Quel giorno i due nomadi erano ancora sotto i ferri del chirurgo ed Ermes spiegò tranquillo: «Io spero che quei due se la cavino; l’altro giorno è scattato l’allarme dopo che sono entrati nella mia proprietà, sono intervenuto con la pistola perché non sapevo quello che trovavo; mi hanno detto di stare zitto e impugnavano delle spranghe; avevo paura e ho problemi a camminare per il mio handicap. Non ho lo spirito dello sceriffo, ma ho sparato perché temevo mi aggredissero. Rifarlo? No». Certo, era appena uscito dall’ufficio di un magistrato, non era ancora diventato un paladino e il sangue era fresco.

POLITICI E GIUSTIZIA. Ma c’è un’altra faccia, ma quante sono?, del caso Mattielli. Fa riflettere anche questa. «Non sopporto e tollero che i miei figli a scuola vengano insultati perché il loro papà fa l’avvocato e difende dei nomadi - osserva Massalin -, perché vedo una regressione morale e civile. Altri sono gli strumenti per tutelare la sicurezza collettiva. I politici anziché fare chiacchiere, vadano in Parlamento e propongano norme idonee alla certezza della pena. Non può il cittadino farsi giustizia. La difesa è un principio di civiltà, e quella notte c’è stato un linciaggio. Per inciso, non ho preso un euro finora. Mattielli non doveva sparare a quel modo: 14 colpi di pistola a breve distanza sono 14 colpi di pistola, è un tentato omicidio. Lo dice il tribunale. Sia ben chiaro, mi dispiace la sua fine». Ma anche Mattielli cercava giustizia e si batteva per questo: voleva andare fino in fondo, come ricorda il suo legale Maurizio Zuccollo. Non immaginava certo che un giorno i due zingari sarebbero diventati gli “eredi”. Chi glielo racconterà?

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