L'intervista

Monsignor Carlassare: «La “mia” Africa insegna che tutto il mondo ci riguarda»

Mons. Christian Carlassare durante il ricovero dopo l’attentato subito il 25 aprile 2021
Mons. Christian Carlassare durante il ricovero dopo l’attentato subito il 25 aprile 2021
Mons. Christian Carlassare durante il ricovero dopo l’attentato subito il 25 aprile 2021
Mons. Christian Carlassare durante il ricovero dopo l’attentato subito il 25 aprile 2021

«No, la macchina non ce l’ho». Padre Christian Carlassare ha sempre camminato molto. Il Sud Sudan se l’è girato in lungo e in largo fin dal 2005, quando vi approdò da ventottenne missionario comboniano. Spesso lo ha fatto sulle sue gambe. E lo farà ancora, dopo aver rischiato di perderne l’uso nell’agguato del 25 aprile dell’anno scorso. Il ritorno sarà da vescovo di Rumbek: il 25 marzo sarà finalmente consacrato nella “sua” Africa, dalla quale i proiettili di kalashnikov lo volevano rigettare.

Monsignor Carlassare, a quasi un anno dall’attentato, ha dato un “senso” alla sua gambizzazione?
Sparare alle mie gambe non è stata una decisione premeditata, credo, ma comunque hanno colpito il mezzo principale della mia azione pastorale. Ciò che mi è successo, d’altronde, mi avvicinato alla gente del posto che nel missionario ferito vede rispecchiata la propria comunità, ferita da conflitti e povertà. In fondo è il “far causa comune” con la gente, di cui parlava Comboni. È il senso del messaggio evangelico, che noi fatichiamo a cogliere in un contesto di sazietà come il nostro, ma che risalta immediato in un Paese fragile.

Ci racconta com’è nata la sua vocazione missionaria?
Giocando a pallone in strada. Ero con un amico che aveva uno zio missionario comboniano: padre Egidio Ferracin.

Padre Egidio, vicentino, fu ucciso in Uganda.
Era l’estate del 1987 e quella notizia arrivò proprio in quel pomeriggio, interrompendo la nostra partita di calcio. Non avevo ancora 10 anni, ma fu un momento decisivo per il mio cammino.

Nel 2005 il suo cammino l’ha portata in Sud Sudan e ora la violenza ha colpito anche lei. Non ha paura di tornare in Africa?
La paura è un sentimento molto umano. Quando accade una cosa come questa, ci sono anche dei timori. Ma penso che la mia sia la stessa paura di tante persone del Sud Sudan, e anche questo lo vivo come un “fare causa comune”. La paura, però, è ciò che blocca il cambiamento: sono il coraggio e la speranza a smuovere le situazioni, per questo cerco di farmi forza per vivere questa situazione con coraggio e con saggezza.

Secondo i magistrati l’attentato sarebbe stato commissionato da un religioso, l’ex custode della diocesi di Rumbek. Questo fatto mina in qualche modo la fiducia nella Chiesa, almeno in quella locale?
No, non mina la fiducia nella Chiesa in cui credo. Penso che le persone coinvolte siano prima di tutto “persone”, che forse non hanno conosciuto la Chiesa come comunità a servizio dei popoli. Per questo voglio tornare là a portare tra loro la Chiesa che ho vissuto io.

Fin da subito ha speso parole di perdono per i suoi assalitori. Ma, parafrasando don Abbondio, il perdono uno non se lo può dare. Lei come ha fatto a perdonare?
C’erano tre metri tra me e chi mi ha sparato, ma in realtà c’era un distanza infinita in quel momento. Il punto è colmare quella distanza. Io ho parlato subito di perdono e sono state parole liberanti: per me, dalla paura, dalla frustrazione e dal possibile rancore; e per le persone coinvolte, i due giovani che mi sono trovato davanti: ho avuto subito l’impressione che fossero stati manipolati. Ovviamente il perdono è qualcosa di personale e non si può forzare. Ma è l’unica via per una speranza nuova. Anche il perdono è un cammino.

La violenza in Sud Sudan è parte della quotidianità, molto più di quanto siamo abituati a vivere qui. Si può spezzare quella spirale?
La storia del Sud Sudan è travagliata e piena di conflitti. Circolano tante, troppe armi e interrompere la spirale è complicato. I sud sudanesi dicono: “siamo un popolo traumatizzato”. E lo si vede: nell’ostilità, nella violenza, nella mancanza di progettualità. Per questo la nostra missione è volta a dare strumenti e speranza, a indicare una via di riscatto.

Quali sono questi strumenti?
L’istruzione. E l’emancipazione femminile. Molti genitori sono scettici nel mandare i bambini a scuola, li preferiscono al lavoro nei campi o in casa. Solo il 20% dei bambini va a scuola, è difficile far capire quanto l’istruzione possa trasformare la società.

Una società ultra patriarcale...
E proprio per questo è importante dare un’istruzione alle bambine. “Educa una donna ed educhi un popolo”: è la pura realtà.

Quali sono le principali differenze tra la nostra società e quella sud sudanese? E cosa invece ci accomuna?
Ci accomuna la nostra umanità. Pur nelle differenze culturali abbiamo gli stessi bisogni di comprensione, affetto, amore, ma anche di sicurezza. In un contesto come quello del Sud Sudan, dove la vita è fragile, la solidarietà e l’affidamento sono molto più grandi che nella nostra società, in cui pensiamo di bastare a noi stessi, con la scienza, la tecnica, la medicina. Là dove c’è più incertezza, ciò che davvero conta è la solidarietà tra le persone, capaci così di resistere a situazioni inimmaginabili.

Qui la fragilità l’abbiamo sperimentata due volte di recente: prima la pandemia, ora la guerra. Sembra che non siamo così attrezzati ad affrontarla...
La pandemia ci ha messo a contatto con i nostri limiti, a ogni latitudine. Ma, ancora, ci sono grosse differenze: in Italia ci sono strumenti e strutture, salari per molti, una casa dove fare la quarantena; in Sud Sudan invece mancano le risorse, si lavora per trovare il cibo per il giorno stesso e persino fare la quarantena è impensabile. In Italia la scuola è proseguita in dad, mentre in Sud Sudan è stata chiusa per un anno e mezzo, senza pc o tablet. Noi siamo persi, mentre là si vive la pandemia come una quasi normalità: c’è il covid, c’è la tubercolosi, l’Aids, la malaria... C’è un’attitudine molto diversa dalla nostra.

Ora la guerra ci ha colpiti nel profondo, quasi un fulmine a ciel sereno.
Come italiani spesso siamo poco informati di ciò che accade fuori dai nostri confini, ma una guerra così non nasce dall’oggi al domani...

C’è una dose di “indifferenza” rispetto al resto del mondo?
Non so se sia indifferenza, direi piuttosto ingenuità e ignoranza: si fa fatica a comprendere ciò che non si tocca con mano, “ciò che non mi ferisce non esiste”. Il conflitto in Ucraina ci tocca perché si ha paura dell’uso delle armi, anche l’atomica, e dell’aumento del prezzo del gas. Ma è ingenuo pensare che il “mondo” non ci tocchi.

Ora quasi tutti si dicono pronti ad accogliere i profughi ucraini, ma non era così con le altre ondate migratorie...
Andava di moda dire: “aiutiamoli a casa loro”. Ma chi lo dice spesso non sa cosa accade “a casa loro”.

In Sud Sudan cosa accade?
Che quasi metà della popolazione una casa non ce l’ha: ci sono 5 milioni di sfollati su 13 milioni di abitanti.

Papa Francesco che figura è per lei?
È un padre che ha una visione di una Chiesa riconciliata con ciò che è nel profondo. Una Chiesa che, nell’attraversare una fase di sofferenza e di crisi, piuttosto che stare lontano dalla Croce, torna sotto il Cristo crocifisso.

Questo Papa può avere un ruolo “geopolitico” nel fermare la guerra in Ucraina?
Non ho la competenza per dare una risposta politica. Posso dire che la Chiesa non opera più in posizione di potenza, spesso è una voce derisa, ma in questa fragilità si scoprirà la vera forza. Papa Francesco porta parole di pace e di fraternità.

Marco Scorzato