L’unione civile fra donne
benedetta dal sacerdote

La coppia che si è unita civilmente, all’ingresso di palazzo Garbin. S.D.C.
La coppia che si è unita civilmente, all’ingresso di palazzo Garbin. S.D.C.

Due ragazze coronano il loro sogno d'amore con un unione civile e il prete benedice i loro anelli. La cerimonia istituzionale celebrata sabato nella sala consiliare del municipio di Schio è stata condita da un insolito intervento dall'elevato simbolismo religioso: don Giuseppe Gobbo, colonna portante della cooperativa Radicà di Calvene, ha infatti dato la benedizione alle fedi che la 37enne Paola Pellegrini e la 34enne Giovanna Tomiello, ambedue residenti in città, si sono scambiate subito dopo davanti al celebrante Carlo Cunegato, consigliere comunale capogruppo di minoranza.

E se per qualcuno può suonare poco ortodosso il fatto che un sacerdote abbia non solo partecipato, ma abbia dato anche il suo benestare ad un unione gay, per i diretti interessati la faccenda è ben diversa. Don Beppe ha spiegato che «il gesto ha una duplice valenza, avendo l'intento di trovare un punto di raccordo valoriale tra un percorso religioso ed uno tipo civile e personale. Questi due cammini possono incontrarsi perchè alla radice hanno valori in comune» e durante il suo intervento ha ricordato inoltre le parole di Papa Francesco «chi sono io per giudicare un gay».

«Quello delle fedi è stato un passaggio che avevamo concordato con don Beppe– afferma Paola Pellegrini -. La legge di fatto considera l'unione civile come un vincolo istituzionale di serie C o D, non equiparata al matrimonio dato che è stata negata la possibilità della stepchild adoption e non imposto il vincolo della fedeltà coniugale. Con lo scambio delle fedi e la loro benedizione volevamo evidenziare invece l'importanza della fedeltà come valore fondante della nostra nuova famiglia. Un messaggio di testimonianza personale e sociale, ma anche di sfida verso questo sistema».

Oltre a ciò, per le due giovani donne il fatto stesso di unirsi civilmente all'interno del Comune di Schio ha rappresentato una sorta di risposta all'obiezione di coscienza espressa dal sindaco Valter Orsi che l'anno scorso, dopo l'entrata in vigore della legge Cirinnà, aveva dichiarato «di riconoscere l'amore in tutte le sue espressioni, ma della famiglia ho un concetto diverso». E quindi si era espressamente rifiutato di celebrare le unioni, garantendone comunque l'ufficio ad opera di altri amministratori, come l'assessore Anna Donà, subito resasi disponibile, o come in questo caso il capogruppo consiliare di “Tessiamo Schio”, Carlo Cunegato che ha riferito come «durante la cerimonia sia stato ricordato che non dobbiamo più permettere che chi ama in modo diverso subisca discriminazioni, atti di bullismo, o magari rinunci a diventare quello che è. Il nostro tempo è ormai paradossale e indecifrabile: ormai qualche prete è più avanti nei diritti civili di qualche sindaco!».

La coppia che sta insieme da quattro anni è partita ieri per un viaggio in Tanzania, dove visiterà alcune strutture in cui vengono portati avanti progetti umanitari. Una scelta non casuale, dato che Paola e Giovanna, che lavorano nel settore di istruzione, formazione e assistenza, hanno deciso di donare le “buste” ricevute per l'unione, pari a circa 7 mila euro «a favore di due progetti: uno a sostegno delle donne che hanno subito violenze gestito dalla cooperativa scledense Samarcanda, ed un altro proprio in Tanzania attivato dalla cooperativa sociale Radicà per la realizzazione di una sala parto».

Questa non era la prima unione civile celebrata nel Comune di Schio. L'anno scorso c'era stata quella dei due amici Gianni e Piero, che però avevano sottolineato «di non essere una coppia». Avevano deciso di unirsi soprattutto per accedere a dei diritti, risolvere problemi pratici e anche per convenienza economica, suscitando non poco clamore per la loro soggettiva interpretazione della legge Cirinnà.

Silvia dal Ceredo

Suggerimenti