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14.09.2019

Inchiesta sui falsi cavetti usb Apple

L’aeroporto di Orio al Serio dov’è stato sequestrato il materiale acquistato da Giacomo  Tomasi
L’aeroporto di Orio al Serio dov’è stato sequestrato il materiale acquistato da Giacomo Tomasi

Nega che siano cavetti usb per la trasmissione dei dati contraffatti con il marchio Apple. Il giovane imprenditore scledense Giacomo Tomasi di 24 anni, sostiene che il materiale che gli è stato sequestrato dall’Agenzia delle Dogane è compatibile con telefonini cellulari di marca Apple, ma la falsificazione è esclusa perché non sono dell’azienda californiana di Cupertino, nel cuore della Silicon Valley. Tuttavia, la procura della Repubblica di Bergamo non è della stessa idea ed ha aperto un’inchiesta nei confronti del ragazzo per l’ipotesi «di avere introdotto nel territorio dello Stato italiano 100 cavetti recanti il marchio contraffatto Apple». Potrebbero non essere gli unici. L’indagine è stata avviata nel giugno di un anno fa, ma è tornata d’attualità dopo che la Cassazione ha ripristinato il sequestro dei 100 cavetti, accogliendo il ricorso della procura bergamasca, che sosteneva come i giudici locali avessero sbagliato nella valutazione giuridica. Le indagini affidate anche alla guardia di finanza si muovono su una scala più vasta e riguardano la messa in commercio di materiale elettronico che funge da interfaccia per la comunicazione tra dispositivi e le rispettive periferiche. Il business è notevole e da sempre i grandi produttori monitorano il mercato per contrastare i canali paralleli. In particolare Apple che con propri ispettori cerca di individuare e segnalare all’autorità giudiziaria i presunti contraffattori. Nella vicenda che riguarda Tomasi, che è titolare di una apprezzata società con punto vendita in via Pasubio, si tratta di un sequestro probatorio eseguito dal pm di Bergamo il 17 maggio 2018 e che era stato annullato il 12 giugno dal tribunale del Riesame lombardo. Ad avviso dei giudici di merito il decreto di convalida era privo di motivazione, poiché a loro avviso «la semplice barra apposta a fianco di frasi preconfezionate dal carattere generico adattabili a qualsiasi concreta ipotesi» inficiava il provvedimento. Invece, le toghe della seconda sezione della Suprema Corte, presieduta da Geppino Rago (relatore Alfredo Mantovano), hanno sconfessato i colleghi di merito perché la descrizione della presunta attività illecita dello scledense Giacomo Tomasi è specificata nel capo d’imputazione, così come i 100 cavi usb con marchio Apple, le loro caratteristiche tecniche e la loro provenienza. Il materiale sequestrato proviene dall’estero e il verbale compilato dai doganieri italiani in servizio all’aeroporto di Bergamo permette, per la Cassazione, di stabilire che «i cavetti usb sono stati riscontrati, a seguito di accertamento tecnico, non originali della produzione Apple». Di qui la contestazione di avere introdotto in Italia materiale Apple falsificato. L’avvocato Francesca Grusovin di Roma, per conto di Tomasi, ha sottolineato davanti ai magistrati la correttezza dell’analisi del tribunale di Bergamo, chiedendo che fosse confermato il dissequestro dei cavetti, ma la Suprema Corte ritiene che i sigilli del materiale della società di Schio sono stati apposti correttamente perché gli indizi di contraffazione ci sono. Ogni cavetto originale costa al pubblico attorno ai 25 euro, mentre quelli compatibili con i telefonini dell’Apple e oggetto del sequestro vengono la metà. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Ivano Tolettini
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