L'intervista

Il dg Carlo Bramezza: «Santorso, ospedale in risalita. Meno soldi alla sanità privata»

Carlo Bramezza è alla guida dell’Ulss 7 Pedemontana dal marzo scorso (Foto D. Ciscato)
Carlo Bramezza è alla guida dell’Ulss 7 Pedemontana dal marzo scorso (Foto D. Ciscato)
Carlo Bramezza è alla guida dell’Ulss 7 Pedemontana dal marzo scorso (Foto D. Ciscato)
Carlo Bramezza è alla guida dell’Ulss 7 Pedemontana dal marzo scorso (Foto D. Ciscato)

L'ospedale di Santorso. Carlo Bramezza, direttore generale dell’Ulss 7 Pedemontana, ne è convinto: «Dall’estate del 2021 la struttura sta tornando ai livelli di “produttività” che l’Alto Vicentino si attende». A pochi giorni dalla grande marcia che ha riportato sulle strade di Schio e Santorso migliaia di manifestanti che chiedono una sanità pubblica di livello, il dg fa il punto della situazione, tra ospedale e medicina territoriale, con la pandemia che non è ancora un incubo passato, sebbene i numeri di contagi e ricoveri siano oggi confortanti.

 

Direttore Bramezza, facendo tutti gli scongiuri, ad oggi la pressione del Covid sugli ospedali è contenuta: cosa significa per la sanità nel suo complesso?

Il calo dei contagi ci ha permesso di far ripartire bene l’attività ordinaria dell’ospedale, sia le visite ambulatoriali - nei mesi estivi abbiamo recuperato l’80 per cento di quelle bloccate dal Covid - sia le sedute operatorie, con 8 sale a Santorso e 8 a Bassano che hanno lavorato ogni giorno per tutta l’estate.

 

Si è notato un approccio diverso nella sua direzione rispetto alla precedente, a partire dalla gestione del Covid...

Abbiamo scelto di non portare tutti i pazienti Covid a Santorso, oggi ogni ospedale cura i pazienti del suo distretto: questo ha permesso all’attività chirurgica dell’Alto Vicentino di ripartire. Era stato questo il vero cruccio durante il picco della pandemia.

 

Oggi l’attività ordinaria dell’ospedale è a pieno regime?

La Regione ci ha indicato di raggiungere i livelli di produttività del 2019 e noi in estate ci siamo riusciti: a settembre abbiamo fatto 66 interventi in più rispetto a due anni fa. Stiamo lavorando ormai a pieno regime e questo è possibile anche grazie all’arrivo di nuovi primari.

 

C’erano state importanti e pesanti uscite, in effetti.

Abbiamo un nuovo primario di chirurgia generale, un reparto che si era trovato in difficoltà dopo l’uscita del direttore Rebonato e che ora si sta riorganizzando. Poi abbiamo arruolato un nuovo primario di ortopedia. Sono imminenti i cambi in medicina e pronto soccorso, e altri innesti li abbiamo avuti in cardiologia.

 

Quel reparto era in condizioni di precarietà.

Disperate. C’erano sei medici, ma ora sono dieci. Così riusciremo entro fine anno ad aprire l’attività di emodinamica h24, la cura degli infarti. Ciò significa che se uno ha un infarto non deve essere portato a Bassano in orari notturni o nei fine settimana. È molto importante per la sicurezza dei cittadini.

 

L’emodinamica h24 per Santorso sta nelle schede ospedaliere della Regione: l’Alto Vicentino aveva protestato per avere ciò che gli era dovuto.

Sì, oddio, con la Pedemontana si portano velocemente i pazienti a Bassano e l’ambulanza medicalizzata garantisce la cura necessaria. Ma avere l’ospedale vicino che cura anche l’infarto è tranquillizzante. Era una cosa che avevamo promesso e la facciamo.

 

Tra 2019 e 2020 l’ospedale aveva perso 26 medici, un trend che se fosse continuato significava alzare bandiera bianca. Che prospettive ci sono ora?

Cerchiamo di rinforzare tutti i reparti. Abbiamo già fatto anche altre assunzioni: due internisti già assegnati a Santorso; due geriatri; un anestesista; un neurologo, un medico di pronto soccorso; due oncologi, anche se forse uno rinuncerà. L’impegno è rinforzare le aree critiche, ci vuole tempo.

 

C’è il rischio che le assunzioni siano vanificate dalle uscite per pensionamento o trasferimento?

Con “quota 100” tanti medici valutano l’uscita, quindi la scelta del primario giusto è quella che ci permette di sopperire ai pensionamenti. Ora stiamo facendo concorsi per la medicina e per il pronto soccorso, i cui primari vanno in pensione. E in ogni caso abbiamo notato una controtendenza. Ora i medici, pur essendo pochi, guardano a Santorso e in generale all’Ulss 7 con maggiore interesse. Questo è dovuto anche ai bravi primari che sono arrivati.

 

Bisogna sceglierli bene i primari...

Quella è la differenza... E per la prima volta, come Ulss 7, abbiamo ottenuto dalla Regione di fare i concorsi solo per la nostra azienda. Lo abbiamo chiesto per anestesia, malattie infettive, malattie respiratorie, medicina legale, neurologia e oncologia, che sono le aree in cui abbiamo maggiori difficoltà a trovare medici. Ho fatto un “baruffone” con la Regione su questo, ma l’assessore Manuela Lanzarin e il dottor Flor (direttore dell’Azienda Zero, ndr) hanno capito.

 

Quali sono i reparti che vanno bene e quelli che soffrono di più?

La chirurgia senologica di Santorso è il polo di riferimento dell’Ulss. La ginecologia è un fiore all’occhiello. Ortopedia, invece, è stato un reparto in difficoltà, si era trovato con solo 4 medici, ma ora si appresta a ripartire con un nuovo innesto e altri 4 in arrivo, con uno sviluppo anche sul fronte dell’ortopedia pediatrica. In generale, siamo in una fase di svolta, di rilancio.

 

Negli ultimi anni l’Alto Vicentino ha visto crescere come funghi i centri medici privati, un’avanzata che è la cartina di tornasole di un arretramento della sanità pubblica. Come vede la situazione?

È vero, i centri privati proliferano quando la sanità pubblica non riesce a dare risposte e chiudono quando la sanità pubblica è forte. Mi è successo nell’Ulss del Veneto Orientale: quando arrivai, i privati accreditati comandavano e gli ospedali erano la seconda linea; quando sono andato via l’equilibrio era capovolto.

 

Vuole agire così anche qui?

Lo sto già facendo. Stiamo comprando sempre meno prestazioni dal privato accreditato, come le tac o le risonanze. Infatti (sorride) il privato è incavolatissimo con me. Stiamo comprando meno, perché facciamo lavorare molto di più i nostri medici e infermieri per fare più visite oltre l’orario di lavoro. Parliamo di un “taglio” di due milioni di euro. Sia chiaro, del privato abbiamo bisogno, ma in uno spirito di collaborazione, senza sprechi: faccio lavorare al massimo le mie strutture e al privato lascio quello che non riesco a fare.

 

Quindi la sanità pubblica non lavorava al massimo quando è arrivato lei?

Eh già, lo sforzo è stato proprio far ripartire l’attività interna, anche incentivando economicamente i dipendenti.

 

La sanità è anche extraospedaliera. La carenza di medici di base è un problema generale molto grave. Nel 2020, 48 su 120 avevano più di 65 anni, la prospettiva della pensione è imminente. Che piano avete per compensare questa emorragia?

Innanzitutto, assumere tutto l’assumibile. Stiamo garantendo un medico di medicina generale a tutti gli assistiti, o aumentando i massimali da 1.500 pazienti a 1.800, se il medico se la sente, o aumentando le medicine integrate; poi immettiamo giovani medici della scuola di medicina, i quali possono avere fino a 650 iscritti; e copriamo altri servizi, come la guardia medica, con l’aiuto dei medici di base.

 

Un altro tema dibattuto è quello delle esternalizzazioni di alcuni servizi socio-sanitari: cosa le ha motivate? Il bilancio?

Non direi. Molti servizi che di solito sono gestiti con gli esterni qui sono gestiti con personale interno, come gli ospedali di comunità. Peraltro, per un servizio decente non si va al massimo ribasso. C’è un mondo delle cooperative che si specializza su questi servizi: si collabora, qui come negli altri territori.

 

Marco Scorzato